Più che pensando a un licantropo l’ha costruito pensando ad Amleto perché sarà pure un lupo mannaro ma, quando è solo un uomo, fa l’attore e per di più lacerato da un rapporto irrisolvibile col padre. Più che pensando a rifare, a riavvicinarsi a chi questa storia l’aveva già raccontata (e cioè a quel Lon Chaney jr. che aveva dato corpo al licantropo protagonista de L’uomo lupo del ’41), Benicio Del Toro ha voluto farsi “lupo” ma con un approccio “tutto scaturito dalla sceneggiatura, nel senso che nel film originario il mio personaggio è più una vittima mentre qui è più un interprete del suo destino, un uomo che agisce, partecipa, reagisce ben più del personaggio originario e, soprattutto, cerca di non essere ridicolo, di non far paura solo mostrando i denti, cosa banalissima”.
Così Benicio Del Toro, a Roma per la presentazione di The Wolfman, nei nostri cinema dal 19 febbraio diretto da Joe Johnston, già Oscar per gli Effetti Speciali de I predatori dell’arca perduta e regista anche di “ìHidalgo, e remake-omaggio del film del ’41 che Del Toro moriva dalla voglia di rifare “perché è un genere che ho amato sin da bambino e perché il mio primo ricordo di un attore è Lon Cheney Jr. che interpreta l’Uomo Lupo, appunto”. Benicio Del Toro, insomma, un fan dell’horror e anche del trucco. Già, avete capito bene. Parola sua: “Amo l’horror e i mostri, e penso che questo genere di film andranno sempre di moda almeno finché non si scoprirà che cosa c’è dopo la morte. E’ l’inconscio desiderio di avvicinarci a tutto ciò che non si conosce. Sino a quando non scopriremo che cosa è e che cosa c’è nell’aldilà, vampiri, zombie, lupi mannari e quant’altro saranno tutti modi per spaventarsi e divertirsi e gestire in qualche modo il mistero".
"Amo tutto ciò che implica un forte trucco e il gioco del trucco, che l’attore indossa come un vestito, e non era di poco conto il fatto che qui del trucco si sia occupato un grande come Rick Baker con cui passavo tre, quattro ore per mettere il trucco e altre due per toglierlo”.
E che cosa ha significato, invece, lavorare con un altro veterano come Anthony Hopkins, qui suo padre? “Imparare. Io decisamente ho ancora molto da fare per arrivare al suo livello. Lui è un sospiro, un attore capace di rendere tutto con assoluta semplicità, come se recitare fosse la cosa più naturale del mondo. E’ grandioso trovarsi di fronte a lui, come trovarsi davanti a Marlon Brando. Io mi sono divertito un sacco: è questo il bello del mestiere, io a volte mi incanto a guardare grandi attori come lui che lavorano al mio fianco e mi dimentico le battute. Spero, col tempo di portarmi avvicinare al suo livello”.
E Emily Blunt, che forse si trova più a suo agio con l’uomo-lupo che non con la tremenda direttrice de Il diavolo veste Prada anche se “qui correre dentro lunghi vestiti e corpetti non è stato facile e pur considerando che il vestito ti aiuta ad entrare nella storia e nel ruolo” e che confessa: “Quando mi è stata data la sceneggiatura ho pensato che si trattasse del solito ruolo della damigella in pericolo e, invece, dopo aver letto bene ho capito che si trattava della donna non vittima ma della donna che dal lutto tira fuori il coraggio e che cerca anche nel buio tutto ciò che può salvarsi, anche perché la stessa narrazione porta a sfaccettare un rapporto che spinge alla morte. Cerco di solito di non eccedere nei personaggi che mi sono affidati e di farli emergere pian piano in superficie e così ho fatto in questo caso”.
Ma, corpetti e trucco e mostri a parte, come proseguirà il percorso dell’ormai divo Benicio che sgomenterà in questo ruolo da lupo mannaro molti di quelli che lo hanno ancora negli occhi come Che Guevara? “Voglio dire ai miei fan che mi piacciono i dolcetti, un pezzo di cioccolata ogni tanto. Per questo dopo aver interpretato Che Guevara faccio l’uomo-lupo. Mi diverte cambiare e poi qui ho potuto lavorare con mostri sacri come la costumista Milena Cannonero o, appunto, col truccatore Rick Baker. E domani sono pronto a tutto, non ho ancora qualcosa per le mani, ma sono pronto anche a produrre”.