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martedì 24 ottobre 2006
di Silvia Di Paola
Il dolce e l’amaro
Seconda regia per lo sceneggiatore Andrea Porporati con un film che sarà nelle sale a inizio 2007
"Della" mafia ma non "sulla mafia". Del prima e del dopo, non del solito omicidio mafioso raccontato milioni di volte. Venticinque anni della vita di un mafioso, non della mafia tout court su cui fiumi di pellicola sono scivolati via. Stavolta la scelta è l’uomo, bambino sino a ieri cresciuto nella palermitana Kalsa (uno dei quartieri più difficili della città), adocchiato dal mafioso di rango Gaetano Butera, utilizzato a dovere, a piccole dosi e molta seduzione e qualche spicciolo all’inizio, a quintalate di potere e di sangue strada facendo

"Della" mafia ma non "sulla mafia". Del prima e del dopo, non del solito omicidio mafioso raccontato milioni di volte. Venticinque anni della vita di un mafioso, non della mafia tout court su cui fiumi di pellicola sono scivolati via. Stavolta la scelta è l’uomo, bambino sino a ieri cresciuto nella palermitana Kalsa (uno dei quartieri più difficili della città), adocchiato dal mafioso di rango Gaetano Butera, utilizzato a dovere, a piccole dosi e molta seduzione e qualche spicciolo all’inizio, a quintalate di potere e di sangue strada facendo, quando il “rispetto” guadagnato sul campo può ubriacarti e perderti, finché ti alzi una mattina con una fotografia in mano e un treno da prendere per andare ad ammazzare quella faccia quasi ignota e, ammazzando, magari scopri che l’omicidio non è una frazione di coraggio, solo goffa violenza, gratuita brutalità. E, allora, tutto cambia.

Il tentativo era questo per lo scrittore-sceneggiatore-regista Andrea Porporati che appassionatamente scrive e dirige Il dolce e l’amaro (che nella mitologia mafiosa è il dolce del potere e della ricchezza e l’amaro, che vi si sposa, del carcere e della minaccia continua alla vita), film targato Medusa (uscirà al cinema nei primi mesi del prossimo anno), prodotto dalla Sciarlò di Francesco Tornatore e giunto alla fine delle riprese dopo sei settimane di lavorazione tra Palermo, Trapani, qualche altra location siciliana sparsa qua e là e alcuni angoli piemontesi: la mafia raccontata dal di dentro, non con l’occhio di chi guarda, magari cinematograficamente affascinato dalle gesta del potere e del male e dalla mafia spettacolarmente intesa, ma di chi vive la mafia nella sua squallida quotidianità, senza appigli.

Con le parole del regista: “E’ Il tentativo di raccontare la storia di una presa di coscienza di un ragazzo che è nato in un contesto e in una famiglia mafiosa, che all’inizio non fa nessuna scelta ma la fa dopo, quando decide di allontanarsi. Un percorso da quando non fa la coda, perché ha il potere del mafioso, a quando si mette a fare la coda come gli altri, capendo che una vita normale e morale è essere e avere gli stessi diritti degli altri”.
Interpretano il tutto, accanto a Tony Gambino (“sono un mafioso vecchio stampo”), Gaetano Bruno (“il mio personaggio vorrebbe essere un mafioso ma non è un uomo d’onore, non ne ha proprio le capacità”), e oltre sessanta attori professionisti e non palermitani anche ignoti, da Ornella Giusto nel ruolo della sposa Antonia, a Vincenzo Amato-direttore del carcere e Renato Carpentieri in sicilianissima salsa (come già in Porte aperte ma in perfida versione). E poi Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro e Fabrizio Gifuni (che ha già lavorato con Porporati nel suo esordio alla regia ne Il sole negli occhi, del 2001) che chiosa: “Io, nel film, sono un ragazzo di estrazione popolare, nato anch’io alla Kalsa e rispetto al protagonista che diventerà un mafioso, farò la scelta opposta, sono l’altra faccia della medaglia, diventerò un giudice e capiterò nel pool antimafia”.

Dall’altra parte della barricata Lo Cascio, il mafioso in questione - interpretato nella giovanile versione dal giovane figlio di Lucia Sardo, Gioacchino Cappelli: “Io sono il prodotto del mio ambiente e, con la mia storia racconto una caduta, una presa di coscienza. La vicinanza del mio destino con quello del ragazzo che diventerà giudice e che dura poco perché i due hanno percorsi diversi, si incrociano nell’innamoramento per la stessa persona. E voglio dire che tutti i nostri rapporti si nutrono dell’azione, non sono legati in termini concettuali, è la narrazione che porta avanti i contrasti, la nuda e cruda trama”.

Appunto Ada che ha la faccia della Finocchiaro che, come lei racconta, “si innamora da ragazzina del mafioso in erba Saro, un amore che sembra non finire mai e che è un po’ un simbolo perché lei lo lascia a un certo momento proprio per direnoalla mafia, così come dall’inizio non fa che direno a lui, cosa insostenibile secondo i codici protomaschilisti di Saro. La mia donna è indomabile e, per questo, se ne va, incontra il bel magistrato, cerca una nuova vita a Torino e ricomincia mentre l’uomo che ha lasciato mai smetterà di odiarla ed amarla, mai di pensare che lei è la donna sbagliata ma è la sola che ama”.
Il tutto sulle note di palermitani che cantano in napoletano, popolare nel midollo. Come vuol essere questa parabola tutta soggettiva, intimista quanto serve a dirci la mafia attraverso lo sguardo di un ragazzo di mafia.

Il film sarà nelle sale nei primi mesi del 2007 distribuito da Medusa.


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Foto dall’Ufficio Stampa Produzione

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