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giovedì 20 dicembre 2018
di Silvia Di Paola
I mangiatori di vento
Una vita di viaggi nei 5 continenti racchiusa in un libro. Lo firma il fotografo Raffaele Berardo
Quando la vita vuole essere un viaggio. Interrotto, pensato, ripensato, rifatto più volte o mai più, però sempre un viaggio. Per la tensione verso un qualche altrove. Anche quando si sta tra le mura delle propria casa, della propria Roma, del proprio paese. Per Raffaele Berardo è stato così.
Fotografo, giornalista, attivissimo nel campo del design, Berardo ha passato oltre 30 anni a girare per l’universo mondo, realizzando servizi apparsi in riviste internazionali e non smettendo mai di pensare sempre alla sua vita quotidiana come a un percorso tra continenti e dettagli.

Sì, dettagli perché “è dalle piccole cose, dagli spunti, dalla sfumatura che capisci molto, se non tutto, delle persone e anche dei popoli lontani da te” dice Bernardo. E il bellissimo (oltre che corposissimo) volume I mangiatori di vento (curato da Fortunata Grillo, con foto e testi di Bernardo, edito dal Touring Club, pp. 289, 24 euro) parte proprio da qui: “E’ la sintesi di una vita di viaggi nei cinque continenti ma non è un libro di viaggi, non è una guida, raccoglie foto ma non vuole dare indicazioni. E’ il mio percorso, il mio viaggio di vita e qui ogni luogo, ogni paese che scelgo è raccontato da un’immagine affiancata da uno scritto”.

Come dire i cinque continenti raccontati attraverso singole immagini e dettagli?
Sì,come il Kenia raccontato attraverso Lamu la più antica città del paese piena di asini, curati in un loro ospedale e rispettati perché l’asino è il solo mezzo di trasporto o come il Marocco che racconto attraverso la città di Essaouira dove non c’è un solo semaforo e ci si perde tra viuzze, vicoli, piazzette, giardini e all’improvviso ti trovi davanti all’oceano.

Ed è questo, il viaggio come percorso di vita, che ha spinto il Touring Club a editarlo?
Cosa rarissima perché di solito il Touring non pubblica libri di privati che viaggiano. Ma qui io vado oltre il viaggio perché io sono stato in tanti posti al mondo dimenticando di essere lontano, perché qui leggerete di viaggi come racconti brevi.

E quando, invece, è stato in Italia?
Anche qui ogni luogo è scelto dall’emozione, da una lettura, da un suggerimento, insomma da qualche segnale che mi arriva. Di fatto dalla curiosità.

Son pochi i luoghi italiani che lei mette nel libro e tra questi ci sono i luoghi che lei chiama, dedicandogli un capitolo, ’i giardini di pietra’. Perché ha scelto proprio questi?
Sono partito dal ’Roveto’, una  masseria barocca che è stata per molto tempo la roccaforte di Camicarrao e che mi ha fatto subito pensare a un maniero, a una fortezza, a una sorta di baluardo difensivo. Si tratta oggi di una proprietà che domina un territorio che va verso il mare, quello della Riserva di Vendicari, posto come si sa straordinario. Partendo da qui mi sono spinto verso Noto, Modica, Scicli e lo scenario del barocco siciliano mi ha folgorato, il modo di incorporare nella pietra le forme viventi e le forme della natura. I balconi panciuti in ferro battuto, le figure mitologiche, le cupole,i fregi, per me questi sono autentici giardini di pietra e dovevo trovar loro uno spazio nella mia sintesi dei cinque continenti.

A che cosa questi luoghi l’hanno fatta pensare?
A forme che continuano a vivere nel tempo, non a luoghi abbandonati ma a luoghi che continuano ad avere un senso per chi vi sta intorno. Nella zona vicino a Noto sono andato quando bisognava restaurare la cupola della cattedrale. Mi ha colpito il grande legame che c’è ancora della gente col territorio, qualcosa che anche in Africa ho trovato. Un legame con la terra e con la tradizione ancora molto forte. In Sicilia tutto è ancora molto legato alla tradizione che spesso ho l’impressione diventi una sorta di ancoraggio nella vita e nel vortice di oggi. Parlo ovviamente delle piccole realtà, non delle città più grandi. Sono i piccoli luoghi più lontani dall’omologazione che mi interessano.

C’è mai più ritornato?
No,come in molti altri luoghi in cui sono stato, preferisco non tornare per paura di trovare tutto ciò che ho amato inevitabilmente cambiato.

E il prossimo viaggio?
Nelle isole Marchesi in Polinesia. Lì c’è un luogo dove  è sepolto Paul Gauguin. Un luogo che nulla ha a che vedere con la Polinesia delle belle spiagge, un luogo più aspro e faticoso.

Con compagnia o in solitaria?
Anche se viaggiare in due è più piacevole, se davvero si vuole aprirsi ai mondi che si incontrano bisogna viaggiare da soli, altrimenti si resta un po’ chiusi nel proprio microcosmo e,comunque,ci si distrae. Io voglio restare concentrato e farmi del tutto assorbire dai luoghi, io viaggio romanticamente.

 
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Foto dall’Ufficio Stampa

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