Il Signor G è tornato. Non usa giri di parole, né metafore Neri Marcoré per spiegare perché ha deciso di riportare in scena il mondo di Giorgio Gaber, che debutta il 1 marzo al Teatro Olimpico. “La sua musica, la sua ironia, la sua capacità di interrogarsi sulle contraddizioni umane rispetto all’amore, alla politica, e alla società, con le sue paure e le sue ispirazioni, urlandole con la potenza dell’invettiva o sussurrandole col tarlo dell’introspezione” dice l’attore, che nel decidere di misurarsi con la pesante eredità gaberiana ha fatto i conti con una passione vera, autentica. Sua e di molti altri. “Nel realizzare lo spettacolo abbiamo seguito quel filo che secondo noi, Gaber con il suo compagno di scrittura Sandro Luporini, usava per cucire i suoi recital in un susseguirsi di monologhi e canzoni tratte dal suo immenso repertorio".
"Non è un omaggio anche se di rimando è un modo per non perdere di vista la sua eredità – insiste l’attore – abbiamo raccontato la storia di un altro Signor G che può appoggiarsi su testi che non perdono di modernità, per raccontare una storia d’oggi. Io del resto non ho vissuto le esperienze di Gaber: gli anni ’60 per niente e gli anni ’70 mi hanno toccato solo in parte. Ho un altro modo di vedere le cose rispetto al suo, però, per l’indignazione, la forza di voler continuare a protestare, a non arrendersi al disfacimento del tessuto connettivo della società mi sento molto simile”. Non solo, tra i prossimi progetti di Marcoré col regista Gallione c’è quello di mettere in scena, tra 10-12 mesi, i racconti di Roberto Saviano. “Non è Gomorra – aggiunge Marcoré – del resto Gaber, come Saviano appartiene a quella che io chiamo la categoria dei grandi filosofi e contestatori che segnano il loro tempo”.
Ma perché rifare Gaber: era davvero necessario? A giudicare da quel che si vede e si sente in giro, pare proprio di sì. Portare di nuovo Gaber sulla ribalta significa interrogarsi, commuoversi, e indignarsi ancora per un Paese dove contraddizioni e malcostume ritornano, puntualmente, ad inquinare il quotidiano. C’è ancora bisogno di qualcuno che artatamente fustighi la coscienza degli italiani, come faceva il Signor G, che ad ogni strofa di canzone o ad ogni riflessione masticata tra i denti, graffiava via scaglie di qualunquismo e superficialità dalle coscienze. Certo, chissà che cosa direbbe oggi Gaber degli italiani. Non lo sapremo mai. Possiamo invece indovinare cosa dirà Un certo Signor G il recital benedetto da Dalia Gaberscik e Paolo Dal Bon - il presidente della Fondazione Gaber – che torna in scena dopo i successi delle stagioni precedenti.
“Il progetto nacque per caso – spiega Marcoré - quattro estati fa Dalia è venuta a conoscenza del mio amore per Gaber perciò mi ha chiesto di partecipare al Festival dedicato a suo padre, che si tiene ogni anno a Viareggio” dice col consueto candore Neri Marcoré, che in quell’occasione si presentò sul palco per interpretare a modo suo Il dilemma canzone sulla resistenza di un amore tratta dal recital del 1980 Anni affollati. Questo antefatto diede l’opportunità all’attore, non solo di interpretare i testi delle canzoni e i monologhi di Gaber, ma anche di portare in scena in un recital che riproponesse, rimontati, i monologhi e i melologhi del geniale inventore del teatro-canzone.
"Quell’estate fu una grande occasione per me, ero emozionatissimo soprattutto di cantare sull’accompagnamento della sua band storica” ricorda Marcorè, che scegliendo di rivisitare un’opera magnificamente attuale nonostante i 40 anni di età (Il Signor G, di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, è datato 1970) torna in proscenio per esplorare la maschera beffarda e paradossale del cantautore e commediografo: un uomo sempre pronto a interrogarsi con coerenza, lungimiranza, spirito critico, e che ripeteva fino a sgolarsi libertà è partecipazione. Lo spettacolo, diretto da Giorgio Gallione e vincitore del Biglietto d’oro 2007/08 nella categoria produzioni teatrali stabili privati, s’iscrive nel solco dei classici-moderni, che tra istanze civili e ironia beffarda indagano sul destino dell’uomo moderno, ancora sospeso tra impotenza e razzismo, amore e utopia, consumismo e qualunquismo, voglia di essere normali e ansia da condizionamenti.
Il recital è un’emozionante esplorazione del Gaber-pensiero che parte da L’ingranaggio tratto da Dialogo tra un impegnato e un non so del 1972, e arriva al controverso Io non mi sento italiano dall’omonimo disco pubblicato postumo nel 2003, anno della morte di Gaber. In mezzo, c’è il meglio della produzione dell’artista milanese tratta da Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola, E pensare che c’era il pensiero. Ma anche garbate riflessioni sull’oggi snocciolate da Marcoré con la consapevolezza di dare voce a quella parte di noi legata indissolubilmente alle profetiche analisi e alle fulgide intuizioni di Giorgio Gaber. Un certo Signor G vede impegnate al pianoforte Silvia Cucchi e Vicky Schaetzinger, l’elaborazione musicale è di Paolo Silvestri mentre le scene i costumi sono di Guido Fiorato. Tutto il resto? E’ Gaber. Repliche fino al 14 marzo.