Dato che il tema del Fiuggi Family Festival è la famiglia, nei film in concorso - veri inediti, che probabilmente non vedremo nelle sale cinematografiche, anche se lo meriterebbero - è la donna che è al centro delle storie, mentre il 70 per cento dei film è diretto al femminile. Ieri infatti, sono state presentate due pellicole, diverse in quanto a stile, formato e contenuti, ma entrambe firmate da registe. Il toccante documentario As We Forgive (Foto2) della venticinquenne americana Laura Waters Hinson, già pluripremiato in patria, e il dramma psicologico Who is afraid of the Wolf – Chi ha paura del lupo (Foto3) della ceca Maria Prochazkovà. Il primo rievoca, ancora una volta, una storia da non dimenticare, quella del genocidio compiuto in Rwanda nel 1994, sotto lo sguardo pressoché indifferente del mondo intero. Ma il film della Waters Hinson - narrato dalla voce di Mia Farrow - va al di là dell’orrore di questo assurdo fratricidio (oltre un milione gli assassinati) soprattutto per riflettere su perdono e riconciliazione. Si può perdonare una persona che ha brutalmente sterminato tutta la tua famiglia? Questo è il dilemma su cui poggia il documentario, e che lo affronta attraverso le storie di due donne ruandesi sopravvissute, Rosaria e Chantale, che si trovano faccia a faccia con gli uomini che hanno massacrato le loro famiglie. Due persone che il giorno prima erano loro amici e vicini.
Il film si concentra, infatti, sul tema del perdono (con riferimento alla pratica dell’ubuntu, il sistema tribale che ha permesso di ricostruire la comunità di un Paese distrutto dall’odio), vive dei volti e delle voci di due donne provate nel corpo e nell’anima, ma che non rinunciano a rimettere in piedi la loro vita per amore di chi è rimasto, ma anche in memoria di chi non c’è più.
Vittime di un odio tribale di classe, fra i tutsi e i loro aguzzini hutu. Un odio alimentato prima dal colonialismo belga, poi dagli interessi politici ed economici (nazionali e internazionali), che ha distrutto in meno di un mese un milione di uomini, donne e bambini, e l’intera società con una ferocia inaudita.
L’ardua accettazione dell’incontro con gli assassini di un tempo, ora liberati dalle autorità e pentiti (hanno confessato riconoscendo i loro crimini e le sue vittime), è possibile anche grazie all’appoggio della Chiesa - allora in parte responsabile perché non è intervenuta in tempo e, in certi casi, lo ha fatto addirittura negativamente - che ha sostenuto i processi di riconciliazione ed i progetti di sostegno alle famiglie in questo ambito.
Tutta un’altra storia per Chi ha paura del lupo che, attraverso le vicende della piccola Terezka, tra sogno e realtà, rilegge la fiaba di Cappuccetto Rosso con gli occhi semplici ed acuti di una bambina. Affronta in questo modo, ora con serietà ora con leggerezza, il tema della sofferenza dei bambini di fronte alla possibile separazione dei genitori. Ma anche quello della scoperta che si può essere amati più di quanto si possa immaginare. Due argomenti che vengono spesso sottovalutati dagli adulti, dai genitori in primis, perché troppe cose vengono date per scontate, amore incluso; mentre i bambini hanno sempre bisogno di conferme (affettive) e di rassicurazione.
La piccola Terezka è attratta e al tempo stesso un po’ impaurita dalla celeberrima favola, ma sogna di indossare il costume di Cappuccetto Rosso alla festa in maschera della scuola. Ma la mamma, ex cantante lirica, agitata dall’incontro con un vecchio amico musicista, si comporta in modo strano, tanto da farle pensare che non sia davvero sua madre, anzi, che venga addirittura da un altro pianeta. E nessuno degli adulti sembra disposto a darle spiegazioni.
Il terzo film diretto da una donna visto oggi è Snijeg – Neve (Foto4) della bosniaca Aida Begic. Anche qui un dramma corale al femminile sulle conseguenze della guerra e di un altro genocidio. Narra - all’indomani della guerra in Bosnia - una settimana nella vita di un gruppo di famiglie di un piccolissimo villaggio in cui praticamente tutti i maschi sono stati trucidati. Gli unici sopravvissuti sono il nonno ed un bambino ancora traumatizzato dall’orribile massacro etnico. Le donne cercano di tirare avanti con il poco che possiedono, facendo i conti con le paure e le domande rimaste senza risposta. Ma un giorno si presenta un uomo, un serbo loro vecchia conoscenza, che vuole comprare la loro terra per conto terzi. Ma nulla potrà cambiare finché la verità non viene a galla.
Gran Premio della Settimana della Critica a Cannes 2008, Neve è un dramma intenso e toccante (forse un po’ lento per chi è abituato al montaggio frenetico odierno) che diventa il ritratto, a tratti poetico, della vita quotidiana di un piccolissimo villaggio-famiglia, dove i rapporti sono tesi ed al tempo stesso resi fragili da lutti, rancori, sogni infranti, da verità non dette, appunto.
Ma il concorso era stato inaugurato l’altro ieri dal film spagnolo Carlitos y el campo de los suenos (Foto5) di Jesùs del Cerro. Una commedia dolce-amara che fonde brillantemente divertimento e sentimenti, emozioni e sorrisi. Da uno spunto non nuovo (la storia dell’orfanello e dei falsi benefattori) nasce una storia originale che pian piano diventa universale e coinvolge il pubblico di grandi e piccoli. Nello stile ricorda un po’ il cinema spagnolo su e con bambini di una volta, ma non quello strappalacrime, bensì la commedia apparentemente innocua che però faceva vedere in filigrana la realtà attraverso una sottile critica sociale.
L’orfano Carlitos ha due sogni nella vita: trovare una famiglia affettuosa e, soprattutto, diventare giocatore di calcio. Talento ne ha da vendere, ma il severo direttore dell’orfanotrofio, Hipolito, non ama lo sport, e nemmeno i bambini, tanto che li sfrutta per i propri interessi. Tuttavia quando la federazione nazionale di calcio organizza un concorso per formare la squadra che giocherà nel campionato europeo Junior, Carlitos con l’aiuto dei suoi amici - e all’insaputa di Hipolito - riuscirà ad entrarvi. Ma sono ancora molte le difficoltà che dovrà affrontare, nonostante il sostegno dell’addetto alla manutenzione dell’istituto, a sua volta ex orfano ed ex campione di calcio.
Anche tra i Documentari internazionali è stato proposto un altro film che parla di donne e di calcio: Football Undercover di David Assman e Ayat Najafi, sulle ragazze che giocano a calcio nella squadra nazionale femminile iraniana. Si allenano molto duramente, amano il calcio, ma hanno un ‘problema’: a loro è vietato giocare nelle partite ufficiali.
Due le anteprime finora presentate, la spettacolare favola moderna (in realtà senza tempo) Les Enfants de Timpelbach di Nicholas Bary, con Carole Bouquet e Gérard Depardieu in ruoli cameo. Una pellicola scintillante, ricca di effetti speciali fin dai titoli animati ed interpretata da un numerosissimo cast di ragazzini. Si tratta della storia di un paesino di montagna messo in crisi dalle scorribande dei bambini, e dallo scontro tra due ‘bande’ rivali, tanto da costringere gli adulti a lasciarli da soli. Ovviamente, la ‘guerra’ dei bambini finirà con un accordo di pace ed il ritorno dei genitori, ma (fortunatamente) senza morti né feriti, tranne qualche ammaccatura. L’importante è che, alla fine, tutti capiranno che non si può vivere in pace se non si è tutti insieme e d’accordo, se non c’è il mutuo rispetto e se non regnano la vera amicizia e la solidarietà.
L’altra anteprima, sempre targata Francia ma girata in Canada è Ciuffo Bianco, Piccolo Castoro (Foto6) di Philippe Calderon, un bel documentario - sulla scia di quelli disneyani anni Sessanta ma con i mezzi tecnologici di oggi - che narra le vicende di una famiglia di castori, alle prese con i problemi e i pericoli di ogni giorno, tra duro lavoro (si sa, sono dei veri ‘architetti’ oltre che ‘falegnami’) e lotta per la sopravvivenza. Ciuffo Bianco è infatti il figlio maschio di Mamma Castoro, rimasta ‘vedova’ con due figli da crescere. Il tutto sottolineato da un commento - per l’occasione il poeta Davide Rondoni ha letto le didascalie italiane in diretta - che mette in evidenzia lo spirito familiare di questi simpatici ed infaticabili roditori. Il documentario è nel listino Mikado, quindi dovrebbe prossimamente arrivare nelle sale italiane.
Infine, l’ultima proposta emersa in questi giorni durante il Fiuggi Family Festival è quella di un biglietto cinematografico per la famiglia che consenta anche ai nuclei familiari più numerosi di vedere i film nelle sale cinematografiche italiane.
“Le famiglie con tanti figli hanno difficoltà ad affrontare la spesa del biglietto cinematografico, ha detto il regista Alessandro D’Alatri, a Fiuggi come presidente della giuria del Festival. È un peccato per le famiglie ma anche per il cinema: rinuncia ad una fetta di pubblico rilevante per numero e per valore strategico”.
La proposta di un biglietto-famiglia è stata fatta propria anche da Mario Sberna, presidente dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose.
“Porteremo la proposta all’attenzione del presidente dell’Agis, ha detto Andrea Piersanti, direttore artistico del Family Festival. Il cinema non deve dimenticare la famiglia, primo driver dei successi di botteghino come dimostrano annualmente gli incassi dei film di Natale”.
Così, tra una sana bevuta d’acqua termale, una passeggiata nell’ombra del grande parco, gli incontri a tema ‘famiglia’ e le tante proiezioni che si susseguono nelle varie sale, compresa la grande tensostruttura del Pala Family, il Festival fa i conti con un crescendo di presenze entusiaste. Compresi i bambini che, ieri sera al termine della proiezione del sempre delizioso Caso mai di Alessandro D’Alatri al Pala Family hanno avuto l’incredula sorpresa di trovare un intero capannone pieno di cd-rom omaggi (magari un po’ vecchiotti, ma che importa) che li hanno resi strafelici. Anche questo è Family Festival.