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mercoledì 15 aprile 2026
di Claudio Fontanini
Stanza con compositore...
Un flusso di coscienza brutale e disincantato con un magnifico Lino Musella
Dorme su un divano in canottiera e mutande avvolto dal sipario rosso del teatro da dove fa capolino.  E’ un musicista anarchico e nichilista (Sto di casa nella fine dice un superbo Lino Musella) che ama il whisky e ha composto più di 600 partiture sfidando convenzioni e tematiche, teorizzato associazioni mentali e libertà compositiva (no al motivo conduttore) ed ora, travolto dalla critica e da un mondo di cui non abita il tempo e lo spazio degli altri, si accompagna ai fantasmi della sua vita. 

Letteralmente, perché appena si apre il sipario, eccoci in un stanza popolata da vecchi arredi eleganti, un pianoforte e, agli angoli, le figure più importanti di quella vita che prende forma, sotto i nostri occhi, come una vera e propria composizione musicale. 

Ed ecco la madre svampita (una magnifica Iaia Forte), una donna elegante con cappelliera al seguito, a cui piace giocare a poker e a bridge e collezionare uomini e che tenta di portarlo a pranzo al ristorante; la ex moglie (Tania Garribbo) che gli rinfaccia abitudini malsane e tira le somme di un matrimonio fallito e la figlia (India Santella), accompagnata dal fidanzato (Matteo De Luca) con cui accenna passi di danza e stringe le mani di chi, a una settimana dalla nascita, non la riconosceva.  


In scena al Vascello di Roma fino al 19 aprile, Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo,  diretto da Mario Martone  su testo della compianta Fabrizia Ramondino che col regista scrisse la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, il suo esordio cinematografici alla regia nel 1992 e di cui portò già in scena l’anno seguente Terremoto con madre e figlia, esplora i sentieri della mente con vigore e una furente radicalità che si fa invettiva morale e sociale attraverso l’arte. 

Con Musella che abbatte la quarta parete investendo gli spettatori in un crudele flusso di coscienza che si fa teatro della mente popolato da rimpianti con echeggiano Charles Bukowski. Un’autenticità brutale e venata da un’ironia disincantata che passa in rassegna sogni da orfano e polimorfismo infantile, leggi dell’economia e della psicologia, attacchi musicali e di nervi, note e parole (magnifico l’assolo di Musella su vocali, virgole e punteggiatura). 

Mentre i nuovi ricchi suonano al campanello della porta con quell’ex servitore diventato usuraio (Giorgio Pinto) che in cambio di qualche strumento musicale spoglia a poco a poco quella casa prigione dove regnano dissonanze e si pratica l’arte della decadenza. Per chi voleva salvare il mondo con la musica non resta che dirigere un ultimo e disperato concerto. Da non perdere


 
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