Non di sola popolarità televisiva si vive. Abbandonati coraggiosamente i panni di Imma Tataranni, Vanessa Scalera dimostra che oltre la toga c’è di più calcando le tavole dei palcoscenici teatrali con La sorella migliore, resa dei conti familiare di Filippo Gili per la regia di Francesco Frangipane e in scena fino al 12 aprile al Vascello di Roma.
Condannato da otto anni e da tre ai domiciliari a casa di Sandra(Aurora Peres), la sorella che se ne prende cura, Luca (Alessandro Tedeschi) ha ucciso una donna guidando un auto da drogato e con la patente scaduta.
Sarà Giulia (Scalera), la terza sorella avvocata sposata con un figlio e regina delle uova sode, a decidere che è arrivata l’ora di riaprire il processo complice un’affermazione (Non dovrà mai saperlo!) ascoltata dai parenti della donna uccisa al funerale.
Inizia da qui un vero e proprio gioco al massacro affettivo fatto di rinfacci e sensi di colpa, vittimismo e rimorsi con la madre dei tre fratelli (Michela Martini), una psicanalista in pensione, chiamata al tavolo processuale di famiglia in una domenica che dovrebbe essere di festa e si trasforma in bilancio esistenziale.
Col testo di Gili che scava tra le intercapedini di anime inquiete e dai caratteri contrapposti, alla ricerca di una verità che ha mille facce e si nasconde tra apparenza e sostanza. Come un campo di Higgs (citato dall’avvocato) energetico e invisibile che permea l’intero universo, la famiglia è il terreno di scontro di personaggi nervosi ed inquieti, avvelenati dal baco della colpa ed incerti tra confessare od accusare.
Così quel salotto con tavolo da pranzo della scena di Francesco Ghisu si evidenzia come vera e propria prigionia del quotidiano con quelle parole affilate e più spesso smemorate per quieto vivere a dettare la punteggiatura di quattro vite trascinate alla deriva.
E mentre Giulia chiede ossessivamente agli altri come stai? come un mantra (nessuno che lo chieda a lei) e cerca soluzioni legali ne La sorella migliore nulla è come sembra con lo spettatore chiamato all’immedesimazione più che al giudizio nei confronti dei personaggi in scena.
Teso e problematico, drammatico e squarciato da tagli ironici (magnifica la Scalera nei cambi repentini di tono), il testo di Gili ricorda certe scene del cinema di Ozon (viene in mente Il tempo che resta per i segreti familiari che vengono inevitabilmente a galla con dolore) e regala riflessioni e sentimenti contrastanti colorati di grigio. Senza nemmeno la corazza del lieto fine. Da vedere.