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lunedì 10 ottobre 2016
di Claudio Fontanini
The Young Pope
Paolo Sorrentino, già al lavoro sulla seconda serie, presenta il suo primo film tivù in onda su Sky
Intransigente, irritabile, contraddittorio, vendicativo e solitario. Lenny Belardo, alias Pio XIII (un grande Jude Law) è il primo Papa americano della storia e dal 21 ottobre prossimo sarà il protagonista di quello che si annuncia come un vero e proprio evento televisivo. Produzione originale Sky, HBO e Canal+, prodotta da Wildside e coprodotta da Haut et Court Tv e Mediapro (costo complessivo 40 milioni di euro) The young Pope (in onda  in dieci episodi su Sky Atlantic HD e Sky Cinema 1 HD alle 21,15) è la prima serie tv firmata da Paolo Sorrentino e se il buongiorno si vede dal mattino c’è davvero da stropicciarsi gli occhi.

Presentata fuori concorso come evento speciale all’ultima Mostra del cinema di Venezia e accolta con entusiasmo dalla stampa internazionale, la serie, già venduta in 110 paesi, offre sul piccolo schermo il meglio del cinema del regista napoletano al servizio di una storia destinata ad incrociare i misteri e la politica del Vaticano con il passato di un uomo che predica l’armonia con Dio e flirta con la libertà, fisica e spirituale.
Recitato in inglese e interpretato da un cast al diapason (oltre al protagonista ci sono un meraviglioso Silvio Orlando nei panni del segretario di Stato furbo e ambiguo, Diane Keaton in quelli di suor Mary che ha cresciuto in gioventù il futuro Papa, Cécile de France in quelli dell’affascinante responsabile del marketing Vaticano ai quali si aggiungono Javier Cámara, Ludivine Seigner, James Cromwell, Scott Shepard, Toni Bertorelli e Gianluca Guidi), il film tv di Sorrentino ci trasporta- letteralmente- nella mente di un uomo di 47 anni chiamato a farsi guida di milioni di fedeli.

Tra incubi e visioni, richieste strampalate (il nuovo Papa chiede a colazione soltanto una Coca Cola Zero) e stanze che profumano d’incenso e di morte, rapporti amichevoli e formalità (“Preferisco le seconde, non ti tradiscono mai”), voci che arrivano prima dei fatti (“In America si chiama gossip qui calunnia…”) e strategie dell’assenza, iperboli rovesciate, suore che tirano un pallone all’incrocio dei pali e apparizioni di canguri, il cinema visionario del regista premio Oscar trova la sua naturale estensione anche nella lunga serie tv che gli permette di dilatare sequenze e apparizioni.

Così quel Papa che indossa scarpe rosse e ciabatte infradito, fuma a ripetizione e paragona la Recerche di Proust all’Enciclica (“Tutti la citano ma nessuno la legge”) è un uomo dalla mente intercapedine (“E’ il mio destino”) dentro la quale passa tutto il cinema di Sorrentino con esiti sorprendenti.
Una sorta di “House of Cards” cardinalizia dove il potere è la conoscenza (o meglio arrivarci per primi) e i fantasmi del passato diventano in Vaticano anime perse che non hanno mai vissuto.
“Il nostro è stato un lavoro monumentale” dice fiero Sorrentino presentando a Roma la serie tv alla presenza di tutto il cast e della dirigenza Skyuno sforzo collettivo per il quale devo ringraziare produttori illuminati e attori fantastici”.

Lavorare in una serie tv è stata un’opportunità meravigliosa (il regista è già al lavoro per la scrittura della seconda serie ndr) e non è un caso che oggi tutte le migliori sperimentazioni avvengano in questo campo. In Italia, per chi fa quello che una volta era un cinema poderoso e lunghissimo, è una vera e propria manna. Tutto ciò nasce però dalla disponibilità economica e dall’intelligenza dei committenti che lasciano un autore libero di esprimersi senza alcun vincolo”.
Ho cercato di rivoluzionare dall’interno la rappresentazione del clero e della Chiesa (anche se il Vaticano non ha offerto nessun tipo di collaborazione e gli interni sono stati ricostruiti a Cinecittà con i giardini ripresi da ville romane e all’orto botanico di Trastevere ndr) che in tutti questi anni è stata vista o come infallibile o malvagia, soprattutto all’estero” continua Sorrentino. "Mi interessava invece mostrare uomini tra uomini con i loro pregi, limiti e difetti”.

Il regista, che dice di aver apprezzato la sua imitazione portata in tv da Crozza e di non esser pronto per uno 007 d’autore, focalizza la figura del suo Papa giovane. “Mentre viviamo in tempi caratterizzati dalla perdita del mistero e dall’uso sfrenato di tecnologie che inducono a svelare con profitto se stessi, Lenny Belardo propugna l’idea che ammantarsi di mistero sia una scelta giusta e proficua per tutta la Chiesa. Bisognerà vedere se tutto questo susciterà o meno l’interessa della gente e dei fedeli e in questo dilemma morale è il nocciolo di tutta la questione”.
Ma un altro dei temi centrali del film è la solitudine.E’ il punto cruciale della condizione umana e mostrarla in una figura anomala come il Papa che metto in scena è un espediente utile a trasformarla in racconto. Lenny vive la solitudine come abbandono, ma la sua è la condizione di tutti. Quelli che si perdono nel potere si smarriscono perché hanno paura della solitudine”.

 
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