Il dolce far niente, leitmotiv pittorico del periodo, si snoda a tinte pastello tra nudi femminili voluttuosi e visi classici incatenati in un’atemporalità che non li priva di malizia e carica erotica. Lawrence Alma-Tadema è senza dubbio l’artista per eccellenza dell’Aesthetic Movement, modo, più che moda, dell’Epoca Vittoriana di interpretare la bellezza come unica chiave per accedere al mondo superiore dell’Arte, chiusa nella sua perfezione sovrumana e totalmente svincolata dalla realtà contingente. Matrone romane raffigurate in scorci di quotidianità che diventano dee risolute di cui innamorarsi e per le quali dannarsi in eterno. Ninfe fintamente pudiche che nascondono i seni per dispetto.
Sensuali incantatrici dalle chiome fulve e fiammeggianti pronte a stregare con la loro pelle d’avorio e l’arricciatura delle labbra carnose. Sono tutte proiezioni dell’immaginario preraffaellita, cesellato attorno all’ideale ancora in nuce della Femme Fatale, o Belle dame sans merci, come la descrive Keats nella sua celebre ballata, vero manifesto letterario della Confraternita. La ricca collezione include, infatti, anche alcuni tra i più importanti dipinti di John William Waterhouse ed Edward Burne-Jones, nomi di punta del gruppo fondato da Rossetti (di cui è in mostra lo splendido studio della Venere Verticordia), ma anche tele di Godward, Leighton, Hughes e di tutti i maggiori precursori del Simbolismo e ispiratori del Decadentismo.
Così, il sinuoso corteo di eroine, madri, amanti sfila davanti agli occhi dello spettatore incuriosendolo e ammaliandolo, come un enigma le cui origini si perdono nel tempo e nello spazio: l’Antigone di Leighton, colta nel momento in cui apprende la sentenza di Creonte che la condanna per tradimento, ha l’espressione fiera di chi sa di aver disubbidito per ribellione all’autorità e spirito di giustizia, ma è anche profondamente inquieta, conscia del destino che la attende e a cui può opporsi solo andando incontro a una morte meditata e grandiosa, nella solennità monumentale della tragedia.
Nell’Andromeda di Edward Poynter, la vergine sacrificale, incatenata sulle rocce battute dalle onde, sembra avere un volto catturato dall’estasi, piuttosto che dal terrore per l’atroce fine con cui dovrà scontare, suo malgrado, l’arroganza della madre. La nudità esibita è incorniciata dal velo blu agitato dal vento che segue le sinuose forme della fanciulla e riproduce le increspature del mare attraverso il panneggio, dando tridimensionalità alla figura: “Se la brezza non le avesse scompigliato i capelli e calde lacrime non le fossero sgorgate dagli occhi, una statua di marmo, questo l’avrebbe creduta”, scrive Ovidio nelle sue Metamorfosi a proposito di quell’apparizione che infiammò l’eroe Perseo di ritorno vittorioso dal combattimento con Medusa.
Il gesto, protagonista assoluto di questa fiera dell’effimero perpetuato nel colore, si fa indecifrabile, tra l’ammonimento e la seduzione, in Filtro d’amore di Waterhouse. La pennellata nervosa, postimpressionista, diventa vorticosa nei tratti che scolpiscono le mani, mentre con sfrontatezza e audacia la donna versa la pozione e guarda “in camera” quasi a sfidare l’osservatore. In un crescendo rossiniano di meraviglie, il percorso della mostra è scandito da tappe tematiche (ad ogni stanza è dedicato un fiore e un verso) fino a raggiungere l’apoteosi del Bello romantico con l’ultima opera. Sola, signoreggia magnificente nella camera buia che profuma di rose: Alma-Tadema dipinge il suo capolavoro nel 1888 in un rapporto di grandezze che sfiora la sezione aurea, a sottolinearne l’ispirazione classica al di là del soggetto pittorico.
Con Le rose di Eliogabalo, l’artista cita, infatti, un episodio della vita dell’imperatore romano narrato nella Historia Augusta. Secondo il ritratto mitico tramandatoci dalla storiografia, Eliogabalo fu un sovrano vizioso e degenerato e tra i tanti aneddoti riguardanti le sue follie, si racconta di una cena durante la quale alcuni commensali morirono letteralmente sepolti da un’enorme quantità di petali di rose che, a fine convivio, precipitarono dal soffitto per volontà del Princeps. Alma-Tadema divide il quadro in due parti.
Quella superiore, che ricorda un Baccanale per l’opulenza di vini e frutta, è dedicata all’imperatore e alla sua Corte, mentre la sezione inferiore, in primo piano, rappresenta l’assurdità della tragedia. Sguardi vitrei emergono dall’immensa distesa floreale e il manto di rose si fa drappo funereo che intrappola i corpi inerti degli invitati, evocando alcune celebri figure pompeiane fissate nelle ceneri. La morte li sorprende nel modo più carezzevole e brutale, come un veleno dal sapore dolce e sensuale. Perché la Bellezza è generosa e crudele insieme, forza feconda e distruttrice che domina l’uomo, per sua natura equilibrista sospeso tra la grazia e l’orrore.
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