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martedì 30 aprile 2013
di Alessandra Miccinesi
LIFE. I Grandi Fotografi
Dal 1 maggio al 4 agosto, al Parco della Musica di Roma, in mostra gli scatti culto dei fotoreporter

E’ più di uno sguardo quello fissato su pellicola dai fotografi di Life. E’ un punto di vista d’autore in un insieme. E’ un diaframma che illumina gli eventi, senza sgranature. Una messa fuoco sul mondo che è stato, che è e che cambia, continuamente. Un occhio puntato sulla Storia e sulle storie, piccole e grandi che siano, e che svelano – nonostante il confine temporale costituito dalla cornice – sempre nuovi orizzonti, panorami in divenire che catturano l’attenzione di chi guarda. Ieri come allora, direttamente dai fotoreporter di Life al pubblico. Apre domani all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che la ospiterà fino al 4 agosto nel nuovo spazio AuditoriumExpo, la mostra Life. I grandi Fotografi, una preziosa retrospettiva sugli autori che hanno fatto della prestigiosa rivista un riferimento della fotografia mondiale.

Per gran parte del XX secolo i fotoreporter di Life hanno raccontato con immagini ogni aspetto della vita umana. Uscita per la prima volta nel 1936 e poi con cadenza settimanale fino agli anni Settanta, la rivista nacque su intuizione di Henry Luce (creatore di un’altra rivista di successo, Fortune) che cercava, proprio nel fotogiornalismo, un modo innovativo per mostrare ai lettori gli avvenimenti e i protagonisti - più o meno consapevoli - del nuovo secolo. Life fu per tutti coloro che collaborarono attivamente e per coloro che sfogliarono le sue pagine una vera e propria palestra d’immagini che formò un punto di vista totalmente nuovo e innovativo.

Vedere la vita vedere il mondo” era questo il motto del primo numero del magazine che ha accompagnato i lettori, con le sue inconfondibili immagini, dagli anni Trenta della Depressione agli anni Quaranta, fino alla Seconda guerra mondiale, dopoguerra e Vietnam compresi. Life ha illustrato il Novecento, l’ultimo secolo dello scorso millennio, imponendo la sua linea rigorosa e vitalissima, tracciando un solco in cui è fiorito un modo diverso di ripensare l’attualità che ha influenzato sia il mondo dei media, che tutte le arti. A partire dal cinema con i suoi frame in movimento.
I fotografi che lavorano per Life – si legge in una nota firmata John Loengardriprendono il mondo che li circonda e prestano una particolare attenzione alle persone che lo abitano e alle loro attività. Ciascuno di noi è convinto di saperlo fare meglio di chiunque altro, ma forse non tutti abbiamo ragione. Molte delle nostre foto restano impresse nella memoria e diventano dei veri e propri classici".

Per quale motivo? Semplice e complesso allo stesso tempo: "Perché conservano la capacità di sorprendere”. Una caratteristica che fa la differenza tra una banale fotografia, un momento tra tanti catturato dall’occhio di chi guarda, e un fotogramma impresso su pellicola che in un clic cattura la Storia. E’ il caso di alcuni scatti divenuti nel tempo dei cult, e che ancora oggi sorprendono per l’apparente semplicità, l’equilibrio delle forme, e le emozioni più o meno vibranti che continuano a regalare a chi guarda. Ci vengono in mente i ritratti degli artisti di John Loengard – dai quattro Beatles ritratti in piscina, immersi nell’acqua clorata fino al collo, scatto del ’64, al volto seminascosto dal fumo di Allen Ginsberg, al dettaglio della bocca di Louis Armstrong del ’65 – la bellezza delle star rinterpretata da Alfred Eisenstaedt (dalla platinata Monroe alla Hepburn passando per Sophia Loren ritratta seduta su una sedia nel ’61 in una pausa sul set di Roma).

E ancora. Da Ghandi, smagrito seduto vicino l’arcolaio, a Grace Kelly radiosa prima delle nozze. Dal cowboy seduto all’ombra del suo cavallo, dalle vittime dei lager nazisti con indosso il pigiama a righe a Churchill che si mette in posa e fa il gesto della vittoria con le dita. Fino a Stalin che ride sotto i baffoni. Dal talento di Cornell Capa – irresistibile il suo scatto di Alec Guinness che ripassa il copione sulle rive del Tamigi, ritratto di schiena con le gambe penzoloni dalla ringhiera su cui è seduto – a Robert Capa – che fermò il tempo dell’orrore e della violenza sui morti della Seconda guerra mondiale grazie alla celeberrima foto che ritrae il miliziano colpito a morte durante il conflitto in Spagna del ’36. La mostra romana è un fiume che scorre raccontandoci i gorghi e le piene e le secche del Novecento, attraverso immagini folgoranti.

Eliot Elisofon ci restituisce una bellissima immagine visionaria di Marcel Duchamp nell’atto di scendere le scale, mimando la sua opera Nu descendant un escalier; di Bill Eppridge ricorderemo il tempismo con cui ha catturato il volto esanime di Robert Kennedy, a terra dopo l’attentato del 5 giugno ’68; di un tempismo perfetto anche lo scatto di John Shearer in cui Muhammad Alì insulta l’avversario Joe Frazier. Siamo nel ’71, ed è lontana l’atmosfera bucolica in cui Carl Mydans immortala Nabokov, lo scrittore autore di Lolita, a caccia di farfalle nel ’58 in un bosco.
Molte delle foto esposte sono frutto del talento di Margaret Bourke-White, prima fotoreporter assunta da Life, donna dallo sguardo in grado di svelare al mondo nuove realtà. Fu lei la prima in grado di fotografare il sopra e il sotto (anche sotto le bombe), senza battere ciglio, senza paura. Le appartengono di diritto gli scatti inconfondibili del Mezzogiorno a Play Street ’30, una distesa brulicante di cappelli e bombette, come pure il Chrysler Building o la Statua della Libertà, svelati con una forza e un magnetismo tali da imporre inediti punti di vista anche all’architettura urbana.

Inutile dire che le foto più ammirate della collezione Life in mostra a Roma, da cui hanno tratto ispirazione registi come Steven Spielberg e Stanley Kubrick per i loro film dedicati al Vietnam e all’Olocausto, sono almeno due: quella di Joe Rosenthal, con i marines che alzano la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi a Jiwo Jima (Giappone), e quella del marinaio sbronzo e felice che per festeggiare la fine della guerra bacia l’infermiera per strada, a Time Square. Quell’abbraccio appassionato e improvviso, la gamba di lei velata di bianco lievemente piegata, il corpo inarcato all’indietro in segno di resa e sorpresa è un’immagine carica di simbolismi. E ancora oggi racconta più di quanto possano fare fiumi di parole. “La parola scritta diventa rapidamente obsoleta: una notizia vecchia è un ossimoro – si legge da Loengardle foto vecchie invece continuano a richiamare la nostra attenzione ed è questo lo spartiacque tra le ambizioni dei fotografi e quelle dei giornalisti. L’ambizione di creare opere che non perdano mai di interesse,è la base portante di questo lavoro”. Sottoscriviamo. 

Auditorium Parco della Musica, v. P. De Coubertein
Dal 1 maggio al 4 agosto 2013
Orario
: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì dalle h 14.30 alle 20.30; venerdì 14.30-23; sabato h 11-23; domenica h 11-20.30
Prezzi: interi 8 euro; ridotto 7 euro; ridotto card 6 euro; ridotto gruppi scolastici 4 euro; gratuito per disabili e invalidi civili

La mostra è realizzata in collaborazione con Life e Contrasto


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http://www.auditorium.com
 
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Foto dall’Ufficio Stampa

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