Hostaria Cinema, gli italiani a tavola nei film. E’ quanto propone il curioso libro scritto da Giancarlo Rolandi, regista di documentari e programmi televisivi, con prefazione di Enrico Vaime ed edito da Palombi (Euro 14,00).
Suddiviso in 50 capitoli come gli anni presi in esame, il libro prende l’avvio con il “piatto neorealista” di Ladri di biciclette di De Sica (siamo nel 1948): una fumante mozzarella in carrozza, immancabile nelle trattorie di allora, che il ragazzino protagonista mangia avidamente sotto gli occhi del padre. Procedendo nel tempo, Rolandi analizza molti altri film da Totò a colori a Pane amore e fantasia, dal ciclo degli Spaghetti Western a la Grande abbuffata a Bianca, Regalo di natale, Compagni di scuola e racconta di come i gusti e il cibo si trasformino parallelamente ai cambiamenti sociali di un paese prevalentemente agricolo lanciato sulla via dell’industrializzazione.
In Roma, esemplare film di Fellini del 1972, vi è la più costosa scena di cibo della storia del cinema nostrano: la ricostruzione nel Teatro 5 di Cinecittà di Via Albalonga, famosa strada della Capitale che negli anni ’30 pullulava di locali e tavoli all’aperto dove si consumava questa cucina povera e un po’ ruvida: bucatini all’amatriciana, spaghetti alla carbonara, schiaffoni alla norcina, coratella, trippa.
La trasformazione del paese segna il passaggio dall’Osteria all’Hostaria (con l’H davanti) titolo dell’episodio omonimo de I nuovi mostri diretto da Ettore Scola nel 1977. Gassman, in veste di cameriere, ingaggia una lotta con il cuoco Tognazzi nella cucina del locale; volano salsicce, polipi, farina, ortaggi, uova nei calderoni bollenti finiscono persino le scarpe, ma il minestrone che viene servito in tavola sarà molto apprezzato dagli ignari commensali.
“Il mio amico Paolo Panelli con cui giravamo per locali - ha raccontato Enrico Vaime nel corso della presentazione del libro - sosteneva che quando nell’insegna compare l’H di Hostaria bisognava scappare! Diffidare, cioè, di tutto ciò che tende ad esotizzare un luogo come una trattoria”.
Il volume è ricco sia di citazioni di scrittori che si sono occupati di cibo che di ricette: “ma non si tratta di un semplice ricettario di cui attualmente abbondano le librerie - specifica Vaime - bensì di un’opera che analizza come un aspetto importante, il rito del mangiare, venga raccontato sullo schermo”.
Così vengono alla memoria, ad esempio, la pasta e ceci che gusta il personaggio di Capannelle in I soliti ignoti mirabile film di Mario Monicelli datato 1958 o il piatto di “maccaroni” che Sordi alias Nando Mericoni divora in Un americano a Roma di Steno o quello di spaghetti di Totò in Miseria e nobiltà; due film del 1954 ormai annoverabili tra i classici.
Non manca anche un film straniero Big Night diretto da Stanley Tucci nel 1996 e ambientato nel New Jersey degli anni ’50, che l’autore prende in esame nel capitolo “La cristallizzazione degli emigranti” in quanto incentrato sulla cucina italiana nel mondo.
Infine uno spazio è riservato anche al vino, come nel film Straziami ma di baci saziami commedia del 1968 di Dino Risi con protagonista Nino Manfredi in veste di un cameriere assai maldestro.