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martedì 6 novembre 2012
di Silvia Di Paola
De Niro, sensitivo in "Red Lights"
Fenomeni paranormali da sbugiardare nel thriller paranormale di Rodrigo Cortes, regista di "Buried"

C’è solo un modo per capire la verità: non aspettarsi nulla”. Che cosa voglia dire con queste parole il cieco Robert De Niro in versione guru del paranormale lo saprete solo alla fine di un film che tenta di raccontarci ciò che può accadere a qualcuno, che per trenta anni ha studiato questi fenomeni “senza trovare nessun miracolo”. Come sintetizza ai suoi studenti la dottoressa Margaret Matheson (Sigourney Weaver), una vita di lavoro a cercare e capire che i fenomeni che si dicono paranormali o sono frutto  di suggestioni e ’intepretazioni’ soggettive o sono spiegabli scientificamente. Semplice e banale.

In questo Red Lights (con cui Rodrigo Cortes, Foto n. 2, ci porta dalla claustrofobia di Buried alla claustrofobia del paranormale), lei con il suo collaboratore, Tom Buckley (Cillian Murphy)  famosi investigatori di fenomeni paranormali, scettici per professione che hanno smascherato decine di falsi lettori del pensiero, di cacciatori di fantasmi, e di guaritori, vanno a sbattere nel leggendario sensitivo  Simon Silver (Robert De Niro) che riappare dopo un’assenza di 30 anni.  E ciò che accade è un percorso: verso una fine meno prevedibile. Ma della fine non si parla, si parla della genesi di un film.

Si parla di un progetto cui lo sceneggiatore e regista spagnolo pensava da tempo. E il perchè lo spiega così: “Mi ha dato la possibilità di unire due concetti che possono apparire antitetici. E’ un film di genere con l’anima di un thriller politico. In parte mi sono ispirato a film come Tutti gli uomini del Presidente, ma invece di giornalisti abbiamo investigatori scientifici. Inizia con l’idea di smascherare gli imbrogli, poi esplora i meccanismi di percezione del cervello umano. Una delle cose più importanti che ho voluto cogliere è stata l’idea che il cervello umano non è necessariamente uno strumento di cui possiamo fidarci, nel senso che vediamo quello che vogliamo vedere. Le nostre convinzioni sono determinate dalle nostre speranze, dai nostri bisogni, dai desideri e dai sogni. In altre parole crediamo a quello cui vogliamo credere”.

Per questo, Cortes, per capire di  cosa si parla quando si parla di Red lights, segni rivelatori dell’arte scenica usata per gettare fumo negli occhi degli ingenui, si è dedicato per oltre un anno allo studio del paranormale: “Ho esaminato le due parti in causa, gli scienziati e gli scettici e coloro che credono e i parapsicologi - dice - ho raccolto una grande quantità di informazioni, immagini e video. Ho partecipato a delle sedute spiritiche e ho parlato con tanti sensitivi, che usano termini scientifici per legittimare il loro lavoro. Ho scoperto che in qualche modo sono simili: tutti e due i gruppi accettano solo quelle informazioni che confermano le loro idee preconcette e respingono tutto il resto. La gente è propensa a credere quello che le fa comodo credere. Partiamo dalle nostre convinzioni e vi costruiamo attorno una struttura”.

Tutto inventato, perciò, e (quasi) nulla inventato: “In realtà ho usato le cose che ho imparato su famosi medium, tra cui Uri Geller, ma ho anche studiato politici, guaritori e predicatori. Volevo che il film avesse un’impronta scientifica e molte delle strumentazioni ad alta tecnologia che si vedono sono realmente esistenti”.
Queste le premesse per un film girato in dieci settimane e mezzo  tra Barcellona e Toronto, ritmo frenetico, insieme un po’ stilizzato “contrasti visivi che vorrebbero rendere la minaccia incombente terrificante e assolutamente realistica”, il tutto per tentare di tradurre in stile l’idea di dualismo che è alla base del film a cavallo tra certezza e incertezza, sino al precipizio finale.

Come dice Cortes: “Il pubblico, come i personaggi nel film, pensa di trovarsi su un terreno solido e improvvisamente la terra si apre sotto i piedi. I personaggi sono intrappolati in un labirinto complicato e contraddittorio alla ricerca di sé... E l’astuzia usata dai ciarlatani nel film è una metafora perfetta del cinema. Si tratta di maghi della scena che usano la stessa attrezzatura dei realizzatori di un film nel creare la realtà cinematografica fai giurare alla gente di aver visto cose che non ha mai visto. Li confondi per sorprenderli, fai guardare la mano sinistra per sfilargli il portafoglio con la destra.In fondo girare un film è gestire il punto di vista per far credere e sentire alla gente quello che vuoi. La realtà non conta; il tempo reale non conta. Puoi dilatare il tempo o restringerlo. Non deve essere reale, deve sembrare reale. Devi creare una realtà che funzioni per lo schermo e le regole della vita reale non sono valide”.

 
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