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lunedì 16 marzo 2015
di Silvia Di Paola
Matisse, Arabesque
Fino al 21 giugno, alle Scuderie del Quirinale, in mostra capolavori di Matisse tra sogno e realtà
Era figlio di un commerciante di sementi e da lui avrebbe dovuto ereditare la gestione del negozio. Ma Henri Matisse non aveva lo spirito del commerciante e neppure lo sguardo.
Per questo tentò la carriera di avvocato, cominciò a lavorare in uno studio legale e forse lì sarebbe rimasto se un’appendicite non l’avesse costretto a letto per quasi un anno.
Le sue mani e il suo sguardo per caso cominciarono, allora, tutt’ un altro viaggio e lui scoprì la sua passione per il colore, anche se, come scrisse dopo, “solo con lentezza giungi a scoprire il segreto della mia arte che sta nel meditare in contatto con la natura, per esprimere un sogno sempre ispirato alla realtà”.

Nel 1893 frequentava ormai con costanza appassionata l’atelier di Gustave Moreau e due anni dopo si iscriveva ufficialmente all’Ecole des Beaux Arts che era un po’ una fucina di orientalisti: la sintesi del suo punto di partenza sta qui e nell’Oriente la sua tentazione, il suo lancio, la sua ispirazione energizzante, il suo approdo.
Come ci dice da subito, e imperativamente, la mostra Matisse. Arabesque, appena inaugurata a Roma, nelle Scuderie del Quirinale e visitabile sino al 21 giugno. Curata da Ester Coen offre allo spettatore più di cento opere, alcune delle quali veri e propri capolavori, provenienti dai più importanti musei del mondo, come il Museo Pushkin di Mosca e l’Ermitage di San Pietroburgo, e zooma sui suoi rapporti con l’arte orientale e il modo in cui ne ha tratto ispirazione per definire la sua arte moderna su cui aveva una certezza: “L’arte moderna e’ un’arte di invenzione, parte come slancio del cuore. Per la sua stessa essenza, dunque, e’ più vicina alle arti arcaiche e primitive che all’arte del Rinascimento”.

Quindi l’arte come pura creazione, come capacità di ordinare la realtà in una direzione che col reale nulla ha a che vedere. Quindi “arte che non esiste se non c’è creazione”.
Ancora, arte come liberazione dalla folla di immagini e di sollecitazione pregiudiziali e preconcette del quotidiano. Quindi arte come infanzia: “Tutto quello che vediamo, nella vita i tutti i giorni, subisce più o meno la deformazione generata dalle abitudini acquisite- scrisse- e il fatto è più sensibile oggi, in un’epoca come la nostra , dove cinema, pubblicità e periodici ci impongono quotidianamente una valanga di immagini belle e fatte, che sono un po’, nell’ordine visivo, come il pregiudizio nell’ordine mentale. Lo sforzo per liberarsene esige coraggio e questo coraggio è indispensabile all’artista che deve vedere tutte le cose come se le vedesse per la prima volta: bisogna vedere tutta la vita come quando si era bambini; la perdita di questa possibilità toglie la possibilità di esprimersi in modo originale, vale a dire personale”.  

Da qui fecero il resto la scoperta delle culture dell’Africa centrale e settentrionale, del Medio Oriente, della Cina, ma soprattutto del Giappone, come perfettamente suggerisce la mostra con opere  eccezionali,ceramiche turche, stoffe marocchine, kimono, grafismi nipponici, tutto stretto da una sola passione.

Dal ’Ramo di pruno, sfondo verde’ (1948) proveniente dalla Pinacoteca Agnelli, che ha prestato anche ’Edera in fiore’ e ’Interno con Fonografo’ al ’Ritratto di Yvonne Landsberg’ (1914), per la prima volta in Italia (dal Museo di Filadelfia) e che rimanda alle fascinazioni africane che invadevano Parigi; dai capolavori provenienti dal Puskin e dall’Ermitage raccontano l’esotismo delle culture islamiche, alle scene e costumi per lo stravinskijano ’Le chant du rossignol’, occasione unica per poter condividere con altri e tradurre in atto il suo sogno di fusione totale delle arti, danza, musica, teatro e pittura come elementi di un’irripetibile visione orchestrata intorno ad un unico principio, giocando appassionatamente tra astratta semplicità delle linee nella struttura della scena, nei sipari, nei motivi floreali e tripudio orientaleggiante nei costumi dell’imperatore e dei guerrieri, negli accessori, nei tanti elementi iconografici.
Tutto e sempre, davanti a un dipinto, a una ceramica o una scenografia, con la convinzione che “se posso riunire quello che sta all’esterno con l’interno è perché l’atmosfera di ciò che sta fuori di me e di ciò che è in me è la stessa”. Imperdibile.





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http://www.scuderiequirinale.it
 
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