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martedì 22 aprile 2014
di Claudio Fontanini
LA SEDIA DELLA FELICITA’
L’ultimo dono di Mazzacurati al cinema è un film emozionante, spudorato e malinconico
Un congedo dalla vita che diventa una magnifica lezione di stile, un viaggio rocambolesco popolato da creature bizzarre che volano alte sul quotidiano. A meno di tre mesi dalla prematura scomparsa di Carlo Mazzacurati, “La sedia della felicità”- l’ultimo film del regista padovano girato durante la malattia- arriva in sala portando con sé il meglio della sua poetica
Un congedo dalla vita che diventa una magnifica lezione di stile, un viaggio rocambolesco popolato da creature bizzarre che volano alte sul quotidiano. A meno di tre mesi dalla prematura scomparsa di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità - l’ultimo film del regista padovano girato durante la malattia- arriva in sala portando con sé il meglio della sua poetica. Regista in grado di cogliere il senso della vita attraverso le sfumature apparentemente insignificanti e gli sguardi rarefatti di una provincia che allarga il suo orizzonte nello specchio di anime in fuga, Mazzacurati sceglie ancora un paesaggio fisico e umano che conosce bene, il nordest, per una tragicomica rappresentazione di poveri cristi alle prese con la crisi economica del nostro tempo.

Apparentemente spensierato e con una salutare ironia a far da filtro sugli accadimenti, La sedia della felicità è un on the road fiabesco che miscela sapientemente umori e sapori di personaggi in bilico. A dare il via alla movimentata sarabanda c’è la morte di una ex nobildonna finita in carcere (Katia Ricciarelli) che prima di esalare l’ultimo respiro rivela ad una graziosa estetista (Isabella Ragonese) e ad un prete in missione per conto di Dio (Giuseppe Battiston) l’esistenza di un tesoro nascosto in una sedia.

Inizia così l’affannosa ricerca dei due- l’uno all’insaputa dell’altro- con lei che si farà aiutare nell’impresa da un tatuatore romano abbandonato da moglie e figlio (“Le donne passano, i tatuaggi no!” dice un bravissimo Valerio Mastandrea sulla scia del personaggio interpretato in Non pensarci di Zanasi) e il parroco, travolto da debiti e vizietti,  ispirato dalle visioni di una anziana veggente (una spassosissima Milena Vukotic). Ed ecco che quelle sedie si moltiplicano innescando un girotondo di equivoci e colpi di scena capaci di regalare sorrisi e porre domande sul nostro strampalato presente.

Dai colli alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti si succedono così convention di gelatai e impiegate di tribunale dalla doppia vita, officine meccaniche sostituite da enormi ristoranti cinesi e pescherie poco accoglienti, balene coi denti e cinghiali minacciosi, sedute di magia e furti blasfemi in un vero e proprio caleidoscopio di varia umanità. Con Mazzacurati che chiama a raccolta per l’ultima volta tutti i suoi vecchi amici (Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio, Antonio Albanese, Roberto Citran) in una serie di irresistibili camei che valgono da soli il prezzo del biglietto e che al contempo scatenano l’emozione per il clima di affettuosa complicità.

Spudorato ed energico, malinconico e grottesco, l’addio al cinema di Mazzacurati rimarrà a lungo nella mente dello spettatore che percepisce il senso di catastrofe unito alla voglia di riscatto di personaggi familiari. E quell’orso che spalanca le zampe e irride alle avversità della vita in sottofinale è la firma di un regista che vivrà per sempre nelle storie che ha saputo raccontare con garbo e sentimento autentico. Nelle sale dal 24 aprile distribuito da 01

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