Un viaggio al termine della notte tra sacro e profano più che una rilettura metafisica della ‘dolce vita’ felliniana aggiornata al secondo millennio. Sgomberiamo subito il campo da tentazioni ed equivoci cinefili. Il nuovo film di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes e da oggi nelle sale italiane, è un meraviglioso affresco funereo sulla solitudine e sul tempo che passa che invita alla purezza dello sguardo incantato come unico antidoto al malessere del nostro tempo vacuo. Aperto da una citazione di Celine sul potere della immaginazione, il sesto film di Sorrentino (il quarto con protagonista Toni Servillo) è una sorta di recherche proustiana affidata al passo e alla mente del suo protagonista cinico e disilluso.
Un potente giornalista mondano di 65 anni destinato alla sensibilità e travolto dal vortice della mondanità romana (“La mattina per me è un oggetto misterioso”) che si fa specchio e paradigma di un universo in maschera. Immerso anima e corpo in una babilonia disperata popolata di nani e ballerine, attori da strapazzo e fatiscenti poeti, nobili in affitto e spogliarelliste attempate (una ottima Sabrina Ferilli in una delle sue migliori interpretazioni), scrittori frustrati (Carlo Verdone) e chirurghi estetici che dispensano botulino (Massimo Popolizio), alti prelati più interessati alla cucina che allo spirito (Roberto Herlitzka), imprenditori corrotti (Carlo Buccirosso) e sante centenarie, Jep Gambardella (un istrionico e dolente Servillo che sfoggia giacche colorate e malinconiche albe in solitario) passa in rassegna un mondo vuoto e distratto come i suoi personaggi che lo popolano.
A far da sfondo una Roma bellissima e indifferente, magnetica e misteriosa, città ritratto di una fauna da strapazzo più interessata al vizio che all’essenza. Esistenziale, etico e aristocratico, La grande bellezza rivela ancora una volta lo stile e il talento di un regista che compone l’immagine come pochi e apre lo sguardo dello spettatore verso nuove prospettive. Come quel soffitto marino al quale si rivolge Gambardella cercando nel passato (in un amore giovanile finito senza un perché) la chiave del mistero e la spinta a vivere nel futuro.
Immagini capovolte e vibrazioni extrasensoriali, jazz etiope e collettivismo marxista, apparizioni notturne (Fanny Ardant) e confessioni in terrazza sull’orlo dell’abisso morale, giraffe che spariscono e mostre di foto, illusioni a caro prezzo e rifugi nella nostalgia (“E’ l’unico svago rimasto”) in un film soffocante e acido che mischia l’intellettualismo alla potenza delle immagini. Con esiti discontinui ma di sicuro effetto a colpi di un mix sonoro che spazia magnificamente fra musiche originali e di repertorio e di una fotografia in chiaroscuro firmata da Luca Bigazzi.
Un film, questo di Sorrentino, che si ammira ma non si ama fino in fondo. Sarà l’aria disincantata e sfuggente di personaggi incapaci di rivelare la loro essenza o forse la voglia di calcare la mano qua e là (l’inutile intervista di Servillo alla protagonista della performance d’avanguardia che si getta nuda contro un muro) ma La grande bellezza resta un film sospeso a mezz’aria e appesantito da un finale non all’altezza e troppo prevedibile che mette l’uomo di fronte all’Assoluto. Comunque una bella pagina di cinema da sfogliare più con gli occhi che con la mente.