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venerdì 27 gennaio 2012
di Alessandra Miccinesi
THE IRON LADY
Una donna sola al potere: Meryl Streep da Oscar nel biopic di Phyllida Lloyd su Margaret Tatcher
E’ difficile riconoscere in quella vecchia spettinata, che ciabatta per casa in vestaglia in preda all’oblio, prigioniera dei ricordi, l’ex primo ministro Margaret Tatcher – nel ’79 prima donna capo di un governo occidentale e premier britannico più celebre dopo Winston Churchill – leader tra i più controversi della storia recente, magistralmente (è il caso di dirlo) interpretato da Meryl Streep, mai così brava e mai così autentica, capelli laccati e sorriso arcigno, che per questa performance si candida all’ennesimo Oscar

E’ difficile riconoscere in quella vecchia spettinata, che ciabatta per casa in vestaglia in preda all’oblio, prigioniera dei ricordi, l’ex primo ministro Margaret Tatcher - nel ’79 prima donna capo di un governo occidentale e premier britannico più celebre dopo Winston Churchill - leader tra i più controversi della storia recente, magistralmente (è il caso di dirlo) interpretato da Meryl Streep, mai così brava e mai così autentica, capelli laccati e sorriso arcigno, che per questa performance si candida all’ennesimo Oscar.
Difficile riconoscere l’inossidabile Maggie ‘di ferro’ in quell’anziana spinta alla cassa da un maleducato mentre cerca i penny per comprare il latte in un market, e seguirla fino al suo ritorno a casa, dove parla col fantasma del marito morto nel 2003, ammonendolo come una mamma severa perché spalma troppo burro sul toast.

Diretto con savoir faire da Phyllida Lloyd, che ha condensato in 104 minuti l’ampio ventaglio di eventi legati alla Tatcher - da prima del suo ingresso al numero 10 di Downing Street alla politica ‘lacrime e sangue’ dei tagli alla spesa pubblica, passando per le privatizzazioni, la caduta del muro di Berlino fino alla sua nomina a Baronessa - The Iron Lady, titolo mutuato dal soprannome che la ’signora’ si guadagnò sul campo per la sua pervicace lotta al Comunismo dei soviet, è un biopic apolitico che usa la politica come chiave di volta per impostare un dramma pseudo-shakesperiano basato sull’eterna lotta per il potere.

The Iron Lady è però soprattutto una lunga storia d’amore vissuta sull’onda della memoria. Love story multistrato e multicolore dove politica, bandiera, e famiglia (esattamente incastrati in quest’ordine) danzano un dissonante valzer di strategie e rinunce, ambizioni soddisfatte e recriminazioni soffocate. Perché è inutile sottolinearlo, conciliare lavoro e affetti è impresa ardua per chiunque, ma per una donna il sacrificio è triplo: impone solitudine, isolamento e mugugni taciuti. E inevitabilmente scontenta tutti: marito e figli, più degli altri.
Il film, sviluppato nell’arco di due giorni in cui flashback e momenti onirici si alternano, segue gli alti e bassi di una carriera fuori dagli schermi e una vita stra-ordinaria, tra giri di perle al collo e una politica da macelleria sociale che fece sconti ai ricchi ai danni della middle class.

Tarli della memoria e una poltrona per appisolarsi, un passato epico che scolora nella malinconia e filmini di una vacanza in Cornovaglia da riguardare, cassetti da svuotare e libri da autografare, voci da zittire e pillole da ingurgitare. Ecco ciò che resta alla lady di ferro, oggi, o almeno è quello che immagina la sceneggiatrice del film, Abi Morgan (la stessa che ha firmato Shame) che prende per mano lo spettatore, accompagnandolo nei corridoi della mente di una donna rigidamente addestrata al comando.
Non si è ciò che si è stati, si è ciò che si diventa” fu il mantra tatcheriano. E lei, ligia al dictat, studiò dizione per correggere lo ‘strillante’ timbro vocale e rinunciò ai vezzosi cappellini, ma non ai fili di perle “quelle sono assolutamente non negoziabili” ribatté agli strateghi della sua discesa in campo. Lo stesso piglio da comandante che la Tatcher sfoderò, anni dopo, durante una visita medica: “Le persone non pensano più, sentono. Ma noi diventiamo ciò che pensiamo” disse al medico, preoccupata perché i ricordi stavano invadendo la sua mente.

Al di là delle simpatie e degli steccati politici, The Iron Lady è un film di pancia e di cuore costruito su una donna che scelse il potere come stella polare. Lo script analizza la metamorfosi di Maggie, ragazza ambiziosa che sognava la politica attiva (non voleva finire come sua madre, a lavare tazze in cucina durante le riunioni politiche degli uomini), seppe rinunciare a molto per arrivare in alto, e coltivò due sogni: fare del bene al mondo, e rendere felici i suoi figli più di quanto lei non fosse stata. Quanto sia arrivata vicino al target non lo sappiamo, anche se il film - nel finale - scodella una lettura chiara sul bisogno degli ’ex potenti’ al crepuscolo, di tirare le somme della propria esistenza. E fare i conti col passato.

Leader solitaria - proprio come ogni uomo di potere - figlia di un droghiere di Grantham e futura matrigna della Poll Tax, nel ’43 Margaret fu ammessa alla facoltà di chimica dell’università di Oxford, e sette anni dopo parteciperà alle elezioni del Parlamento come candidata del Partito Conservatore a Dartford. Rosicchierà voti ma non verrà eletta. Sposerà il businessman e bizzarro compagno di una vita, Denis Tatcher (interpretato da un empatico Jim Broadbent) e diverrà madre di due gemelli. Ma la sua luce si accenderà nel ’59 quando, entrando in tailleur e scarpe lucide alla Camera dei Comuni tra i banchi dei Conservatori a Finchley, attirerà su di sé i riflettori della politica.

Il film mette in equilibrio il ritratto della leader ambiziosa e caparbia (interpreta da giovane da Olivia Colman) volitiva e pervicace, che dominò per 15 anni la scena internazionale, con quello della vecchia malinconica e spaventata (monumentale Streep) che, preda della demenza senile, solo alla fine della sua vita lava personalmente la sua tazza di tè con consapevolezza e senza sensi di colpa.
L’unico rischio di The Iron Lady è trasformare la Tatcher in un santino - eroina tragica che abbandona Downing street, dopo le dimissioni, su un tappeto di rose rosse e col sottofondo della Callas in Casta diva - perché ogni evento è filtrato da un unico sguardo e analizzato da un solo punto di vista. Il suo. Quello di una donna tutta d’un pezzo e mai prona.

Vediamo una Margaret umana e con gli occhi lucidi di rado, quando scrive lettere di cordoglio per i caduti nella guerra delle Falkland o quando sale in auto mentre i figli la implorano di non andare a lavoro. L’ultimo sforzo di una ex premier che non rinuncia al potere? Licenziare dalla sua mente, ma non dal suo cuore il fantasma dell’amato Denis, quel lord Tatcher amico prima che marito, senza il quale forse non ci sarebbe stata Maggie il boss. In fondo, anche dietro ogni donna di potere c’è sempre un grande uomo.

Nelle sale dal 27 gennaio distribuito da Bim in 205 copie.


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http://www.bimfilm.com

 
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