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giovedì 26 maggio 2011
di Alessandra Miccinesi
CIRKUS COLUMBIA
Paura, diffidenza, sopraffazione, perdono, riconciliazione nel film di Tanović che chiude un cerchio
Gli echi della guerra, anzi i lampi del conflitto in Bosnia ed Erzegovina colti un attimo prima di illuminare i cieli della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si riflettono nelle atmosfere onirico-felliniane di “Cirkus Columbia”. Quarto lungometraggio del regista DanisTanović, che sviscera di nuovo il tema bellico delineando, stavolta, tramite un segno che unisce il mélo alla commedia, solo la tragedia che verrà, annunciata dal crollo del muro di Berlino e dal tramonto dell’ideologia comunista

Gli echi della guerra, anzi i lampi del conflitto in Bosnia ed Erzegovina colti un attimo prima di illuminare i cieli della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si riflettono nelle atmosfere onirico-felliniane di Cirkus Columbia, quarto lungometraggio del regista DanisTanović, che sviscera di nuovo il tema bellico - affrontato in quasi tutta la sua cinematografia - delineando, stavolta, tramite un segno che unisce il mélo alla commedia, solo la tragedia che verrà, annunciata dal crollo del muro di Berlino e dal tramonto dell’ideologia comunista.

Dopo aver analizzato le devastanti conseguenze della guerra con Triage (presentato nel 2009 al Festival di Roma) ed aver svelati gli orrori della trincea in No Man’s Land (Oscar e Golden Globe nel 2001 per il miglior film straniero) il regista bosniaco chiude la sua personale trilogia con un’opera più lieve delle precedenti, che riflette tra battute e poesia sui prodromi della guerra: ben visibili ma sottovalutati dalle masse. “Qui nessuno sparerà mai a nessuno” è la frase detta all’inizio del film da uno dei personaggi chiave della storia, che al di là delle caratterizzazioni è forgiata su sentimenti, azioni e stati d’animo universali: paura, diffidenza, sopraffazione, perdono, e riconciliazione.

Presentato lo scorso anno alle Giornate degli Autori, Cirkus Columbia è tratto dall’omonimo romanzo di Ivica Đikić (edito da Zandonai) che lo ha sceneggiato con Tanović.
C’è qualcosa in questo libro che tocca il cuore di ogni bosniaco ed erzegovino - ha detto il regista, a Roma per presentare il film alla stampa - il romanzo parla di persone che credevano in modo ingenuo che la guerra non sarebbe mai arrivata, di vicini che si aiutavano malgrado rischiassero la morte, della giovinezza perduta, dell’odio, e dell’amore che non conosce confini. Non ho fatto questo film per la mia generazione, ma per aiutare i figli della guerra a ricordare”.

La storia, ambientata in Erzegovina nel ’91, inizia con il ritorno a casa di Divko Buntic (un intenso Miki Manojlović) uomo di mezza età irascibile e rancoroso che dopo venti anni di esilio in Germania, durante i quali ha foraggiato con armi e soldi il suo paese, si ripresenta al villaggio natio per riprendersi la casa dove hanno vissuto l’ex moglie Lucija (Mira Furlan) che lavora come parrucchiera, ed il loro figlio Martin (Boris Ler) un radioamatore che ha attrezzato la soffitta con fili ed antenne per comunicare con l’America. A bordo di una fiammante mercedes, Divko ostenta in piazza la sua futura seconda moglie, la giovane e bella Azra (Jelena Stupljanin) e Bonny, un gatto nero che l’uomo ama e ‘coccola’ come un figlio.

Le tensioni tra Divko e Lucija, gettata sul lastrico con la complicità del neo sindaco Ivanda (Milan Štrljić) che ha spodestato l’ex primo cittadino nostalgico di Tito, sono la metafora delle incomprensioni che porterà la gente a schierarsi in opposte fazioni: di qua con i serbi, di là coi croati. A nulla servirà, al ruvido Divko, installarsi nella vecchia casa di via Vittime del fascismo, perché la vita insegna che ci sono cose (e sentimenti) che non si possono recuperare, una volta persi. Neppure se si è ricchi e temuti.

Ho lavorato a Cirkus Columbia usando toni nuovi e più lievi, a tratti surreali. Credo che il film sarebbe piaciuto a Fellini” - ha detto Tanović, le cui opere non intendono fornire messaggi - “piuttosto mostrare il mondo come lo vedo io”.
Sebbene Cirkus Columbia si sviluppi tra atmosfere retrò decisamente fuori dal tempo (giri di giostra, i bagni al fiume, la tv in bianco e nero) ed una nostalgia palpabile (l’attrazione per la memorabilia titina, ed i fichi rubati al vicino che hanno un altro sapore), certe battute fulminanti (“avete iniziato voi serbi a bruciare le case ai croati”) ci portano a considerare questa Storia come parte di un capitolo ancora da ultimare.

La situazione nella ex Jugoslavia è ancora così tesa?
A Sarejevo oggi c’è la stessa atmosfera di tensione e paura che c’era alla vigilia del conflitto, la gente guarda al nazionalismo con sospetto. La mia sensazione è che siamo più vicini alla guerra che ad un futuro di pace”, risponde il regista, nei cui progetti c’è in cantiere uno script che lo tiene impegnato da anni e che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella sua carriera, a livello artistico.

Forse dico questo perché sono padre di cinque figli, continua il regista, e temo che diventino carne da macello. Per il resto, non intendevo fare un film sulla guerra, non era nelle mie intenzioni. Cirkus Columbia voleva essere una storia d’amore. E’ stato un piacere tornare nell’Erzegovina a girare, non solo per l’estetica del film ma per poter stare con la gente. Questa parte del mondo sembra senza tempo, purtroppo è anche molto cambiata. A volte mi sembra che nel 1992, quando è caduto il comunismo stessimo sull’orlo dell’abisso: siamo stati obbligati a saltare ma non abbiamo raggiunto l’altra parte. E stiamo ancora precipitando”.

Nelle sale distribuito dal 27 maggio in 20 copie da Archibald Enterprise

La frase:
*
Purtroppo avete buttato giù il muro dalla parte sbagliata”  


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