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martedì 8 aprile 2008
di Silvia Di Paola
Riprendimi
Precarietà lavorativa e amorosa in un film al femminile diretto da Anna Negri e prodotto dalla Neri
"Avevo voglia di raccontare, la vita e le gigantesche difficoltà di una mamma praticamente single. La realtà ne è ormai piena, ma trovo che il cinema le racconti troppo poco dal punto di vista femminile; volevo dunque dare un mio contributo ma ero, sin dall’inizio, lontanissima dal voler fare un film generazionale. Semplicemente volevo fare un film che potesse piacere e aiutare donne come me in quel momento, appena separate e magari con un figlio”. E così sia, con questo "Riprendimi"

L’idea era di raccontare una separazione, ma anche di realizzare un film “più libero” di tanti altri. Soprattutto l’idea è un’equazione: precari nel lavoro uguale precari in amore. Come dire l’amore ai tempi del precariato. Di tutto. Di lavoro ma anche di sentimenti. Di valori ma anche di certezze. L’amore che si perde in un lampo come il lavoro precario e in un lampo si riprende come brandello di un reality-show inventato all’occorrenza per il film, attraverso la presenza costante di due cameramen a riprendere respiri, grida e battiti dei due protagonisti. Dunque trattasi di doppio film, di film nel film: del film della coppia che scoppia ripreso dalla coppia di cameramen (Alessandro Averone e Stefano Fresi) che, strada facendo, si fa a sua volta protagonista (“Più filmo, più cerco l’immagine, più mi perdo” dice uno di loro), sino a sbalzare, alla fine, davanti alla macchina da presa.

Se questo è il punto di partenza per la quarantenne regista Anna Negri (figlia di Toni), la costruzione è stratificata anche nella sua biografia perché, dice lei, “anche io, come la protagonista, sono separata ed ho un bimbo piccolo. Ma avevo voglia di raccontare, la vita e le gigantesche difficoltà di una mamma praticamente single. La realtà ne è ormai piena ma trovo che il cinema le racconti troppo poco dal punto di vista femminile, volevo dunque dare un mio contributo ma ero, sin dall’inizio, lontanissima dal voler fare un film generazionale. Semplicemente volevo fare un film che poteva piacere e aiutare donne come me in quel momento, appena separate e magari con un figlio”. E così sia, con questo Riprendimi, alla sua seconda volta dietro la macchina da presa dopo In principio erano le mutande. Una seconda volta firmata e controfirmata dalla attrice-produttrice Francesca Neri che al momento ha molti altri progetti produttivi (“vorrei far lavorare anche mio marito Claudio Amendola ma è ormai Cesaroni dipendente”) e in questo progetto si è buttata a capofitto sin dall’inizio, perché cercava ”progetti interessanti a basso budget e l’idea del film di Anna mi ha colpito subito perché si trattava di una vicenda al femminile, di una storia d’abbandono ma raccontata da una donna, cosa che avviene di rado e mi piaceva l’associazione della precarietà lavorativa con la precarietà amorosa”.

Non a torto se il film è stato voluto (cosa che di rado capita a prodotti italiani) da Robert Redford al Sundance, il mitico festival del cinema indipendente americano e non solo. E’ qui che si è consumato il battesimo di fuoco di questa storia interpretata da Marco Foschi (che all’inizio era “un po’ restio ad accettare per la negatività del personaggio che però, in realtà, è inetto in modo stereotipato come devono esserlo i caratteri di una commedia”), Alba Rohrwacher (“Ho amato subito il mio personaggio per la sua determinazione e per la sua libertà, ma anche per il suo credere fortemente in qualcosa e, in un lampo, essere pronta a lasciarla, ad  abbandonarsi ad altro”) e Valentina Lodovini (“Ho voluto farlo per l’urgenza del racconto che si sente che è vissuto, per le nuove idee sul tavolo e perché finalmente c’è un produttore che rischia”) ed è qui che è stato accolto con una risposta che la Negri oggi definisce “più che positiva, sia di pubblico che di distributori (c’è persino la casa di produzione di Brad Pitt che sta visionando il film), un’esperienza unica per me trovarmi in un festival come questo che è un vero luogo iniziatico, anche se non so se davvero Redford personalmente ha visto il mio film, dato che lui sta sempre molto lontano da tutto, nella sua casa tra i campi”.

Sicuramente lo ha visto Gianna Nannini cui è piaciuto talmente tanto che ha deciso di regalare una sua canzone, Pazienza, perfettamente intonata ad un film al femminile perché dentro e fuori questa storia le donne sono costrette ad esercitarsi nell’arte della pazienza. Arte che serve anche nel momento in cui la protagonista chiede, con parole senza parole, ciò che il titolo invoca, alludendo al desiderio della protagonista, lasciata dal marito, di essere ripresa. Ma anche alla macchina da presa che zooma senza tregua sui  personaggi protagonisti di un reality in veste di documentario che rimanda la vita quotidiana dell’esercito dei trentenni precari.
Il tutto ruotante intorno una montatrice a contratto e un attore che un contratto, invece, lo cerca. Insomma due giovinotti che più precari non si può e che qui recitano la loro quotidianità quasi interagendo con la cinepresa che li riprende, “a differenza dei veri reality televisivi in cui la telecamera è del tutto spersonalizzata e si limita solo a registrare”. E speriamo che meno precaria sia la sua presenza al cinema che pure, almeno quello italiano di precarietà s’intende. Come dice la Neri, “dalla precarietà è dominato perché non abbiamo istituzioni che premiano gli autori o li incitano a non omogeneizzarsi, a crescere piuttosto che a cedere al conformismo”.

Nelle sale dall’11 aprile distribuito da Medusa. 


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