Un docu-film intenso e struggente, che scuote la coscienza perché, anzitutto, narra una storia vera. Stiamo parlando di Diario del saccheggio, prima parte del grande trittico che Fernando Solanas ha dedicato alla storia recente della sua Patria (la seconda parte, La dignità degli ultimi, è stata presentata a Venezia nel 2005; mentre la terza, Argentina latente, è stata ultimata da poco). Con questo Diario, distribuito in Italia dalla Fandango, Solanas ha ricevuto un Orso d’oro alla carriera al Festival di Berlino 2004.
E’ un’Argentina, questa, crudamente vivisezionata, con immagini di miseria, fame, rabbia popolare: sapientemente alternate a lunghe carrellate nelle vuote stanze del potere dei palazzi di Buenos Aires - quasi nello stile del Kubrick di Shining - che focalizzano l’orrore sia d’una classe politica a dir poco criminale e imbelle che d’un Paese pronto, d’altra parte, a riconoscersi onestamente non migliore dei suoi governanti.
Il film, nella miglior tradizione del documentario d’impegno civile e dell’inchiesta giornalistica, con interviste ai protagonisti degli ultimi trent’anni di storia della più “europea” fra le nazioni latinoamericane, parte dall’ondata d’entusiasmo popolare che nel 1983, all’indomani della sconfitta nella guerra per le Falkland/Malvine, segue alla caduta della dittatura dei generali (che nel ’76 aveva posto fine ai sogni neoperonisti di Isabelita).
Ma il nuovo presidente democratico, il radicale Alfonsin, mentre si comporta ambiguamente in economia, non ha il coraggio di perseguire veramente i responsabili degli anni di stragi e repressioni. A lui, sull’onda della delusione popolare, succede nel 1989 il neoperonista (a parole) Carlos Menem. Cioè l’uomo fortemente legato agli USA che, circondandosi d’una corte di arrivisti e speculatori (in gran parte espressione della dittatura), seguaci d’accatto – come nel Cile di Pinochet – del ‘liberismo d’assalto’ alla Friedman, più d’ogni altro finirà col tradire gli elettori e mettere la pietra funebre sul patrimonio ideale (discutibile, ma d’indubbio afflato sociale) del peronismo.
In dieci anni, con due mandati presidenziali, la ‘mafiocrazia’ menemista, che ingloba vergognosamente anche buona parte di opposizione, sindacati e magistratura, svende i gioielli dell’economia pubblica (compresa l’efficientissima ENI argentina, l’YPF, e persino le Ferrovie dello Stato!) a grandi corporation americane, spagnole, francesi, italiane (e il riferimento all’Italia suona anche come campanello d’allarme, per quanto esagerato possa risultare, per le nostre privatizzazioni).
Mentre il Presidente, con un occhio al Perù del ‘golpista strisciante’ Fujimori vara, col consenso del Parlamento, una riforma costituzionale che gli dà un potere quasi assoluto; e, nella scia del Mussolini della ’lira a quota 90’, introduce un’incredibile parità peso-dollaro che, se combatte l’inflazione e tranquillizza i ceti medio-alti, falcidia le esportazioni e porta il Paese sul lastrico, provocando fallimenti a catena.
L’effetto finale, nel 2001 (a cavallo, più o meno, dell’11 settembre) sarà il caos a Buenos Aires e nelle altre grandi città, con assalti ‘manzoniani’ a forni, supermercati e banche nell’impossibilità di risarcire risparmiatori ed investitori, anche esteri (inizia la farsa dei tango bond). Poi, a dicembre 2001, la riscossa popolare: mentre il debito con l’estero è schizzato ormai a 170 miliardi di dollari, in quella stessa Plaza de Mayo teatro, vent’anni prima, dell’opposizione alla dittatura, la gente protesta in massa (con ben 34 morti) contro l’incapace successore di Menem, De la Rua.
Nel 2003, infine, dopo la rinuncia definitiva di Menem a ricandidarsi, il Paese sembra finalmente uscire dal tunnel con l’elezione del nuovo Presidente Nestor Kirchner, sulla base d’un chiaro mandato ad invertire lo sciagurato corso avviato a metà anni ’80.
Ma…quale sarà il futuro di questo Paese, nell’era della globalizzazione?
E’ una vicenda universale, questa, che non tocca solo l’Argentina. Il pubblico vuole comprendere ciò che accade nel mondo contemporaneo e, proprio per questo, il film funge da “acceleratore” delle questioni. E’ una sorta di lotta della memoria contro l’oblio. La globalizzazione, infatti, impone la banalizzazione dell’informazione, disperde, confonde, crea pericolose zone di amnesia collettiva.
Nelle sale dal 23 giugno distribuito da Fandango.
Note:
* Autore cinematografico e regista teatrale, ma anche musicista, attore, pubblicitario e creatore di storie per fumetti, Fernando Solanas (Buenos Aires, 1936) diventa famoso in tutto il mondo con il film-manifesto L’ora dei forni (1968), dedicato all’ondata rivoluzionaria che scuote l’America Latina alla fine degli anni Sessanta. Costretto a lasciare l’Argentina dopo il colpo di stato militare del 1976, vive in esilio in Francia fino al 1984.
Di ritorno in patria, si consacra tra i migliori autori cinematografici internazionali con Tangos (1985, Premio speciale della giuria a Venezia), Sur (1988, Palma per la miglior regia a Cannes), Il viaggio (1992, presentato in concorso a Cannes), La nube (1998, presentato in concorso a Venezia), Diario del saccheggio (presentato al Festival di Berlino 2004), La dignità degli ultimi (presentato al Festival di Venezia 2005) e da poco ha ultimato la sua nuova pellicola, Argentina latente.