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sabato 18 giugno 2022
di Claudio Fontanini
ELVIS
Ascesa, caduta e resurrezione del re del rock’n’roll nel film di Luhrmann
Un uccello senza zampe che non poteva atterrare sulla terra, un uomo seppellito dal mito e ucciso dall’amore per e del suo pubblico. E’ la tesi di Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann che racconta col suo stile visionario e adrenalinico la più grande rock star di sempre (con oltre 500 milioni di dischi venduti è il cantante solista più venduto di tutti i tempi).
Un uccello senza zampe che non poteva atterrare sulla terra, un uomo seppellito dal mito e ucciso dall’amore per e del suo pubblico. E’ la tesi di Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann che racconta col suo stile visionario e adrenalinico la più grande rock star di sempre (con oltre 500 milioni di dischi venduti è il cantante solista più venduto di tutti i tempi). 

Tre anni di lavorazione, scritto e sceneggiato dal regista australiano con Sam Bromell e presentato fuori concorso a Cannes, il film rivisita 20 anni della vita di Elvis (dagli esordi alla fama) sullo sfondo della politica americana e di quella segregazione razziale che divenne linfa vitale per la carriera del cantante del Mississippi. Il tutto filtrato attraverso lo sguardo in soggettiva del colonnello Tom Parker (Tom Hanks sepolto dal trucco prostatico), l’enigmatico manager olandese che lo prese sotto la sua ala protettiva e lo condusse al successo planetario e alla sua perdizione spirituale. 

Non l’ho ucciso io! dichiara un paziente ospedaliero che si siede alla roulette di un casinò nel folgorante inizio del film mentre scorrono, in abbagliante  andirivieni temporale, eventi e fatti che scandiscono le tappe della nascita di un genio e la perdita dell’innocenza di una nazione. 

Come fece Milos Forman in Amadeus, Luhrmann sceglie l’ottica complementare di un sodale/rivale che si rivela l’altra faccia della stessa medaglia per raccontare il mito da un’altra angolazione. Senza di me non esisterebbe nessun Presley è il mantra di quell’imbonitore che fiuta le sue prede (ad Elvis trattenne il 50% dei compensi), vale quanto le sue attrazioni e intuisce il talento dietro la maschera. 

Capelli impomatati, trucco femminile, ancheggiamenti (Se non mi muovo non so cantare) e gospel nelle vene, Elvis (sullo schermo un magnifico e mimetico Austin Butler in odore di Oscar) è un morso al frutto proibito come dimostrano le donne urlanti e in preda all’isteria che lo seguono nei concerti. 

Non sarà facile gestire affari e identità con quel padre putativo e interessato agli incassi che cerca di trasformare l’immagine del suo protetto rendendolo più familiare ed innocuo (l’esibizione in frac col cane accanto) mentre intorno si scatenano petizioni per non fare più apparire in tv quel bianco cresciuto tra i neri a Beale Street

E intanto scorrono infanzia (il fratello gemello morto alla nascita) e fumetti (la roccia dell’eternità di Capitan Marvel), sogni di gloria e comunanze artistiche ed umane (l’incontro con B.B.King), la scoperta dell’amore (sposerà nel 1959 Priscilla Beaulieu, Olivia DeJonge, conosciuta durante il servizio militare e dalla quale si separò nel ’73 dopo aver avuto una figlia) e una villa familiare che divenne una gabbia dorata (Graceland). 

Con Elvis che tra esaurimenti nervosi e pasticche, concerti satellitari da 1 miliardo e mezzo di spettatori e voglia di uscire da quel labirinto senza uscito che era diventata la sua vita (bellissimo l’incontro nella casa degli specchi con Parker che lo guida al sicuro) non rinuncia a cantare il suo dolore e la sua voglia di libertà (Quando le cose sono pericolose da dire, canta disse al piccolo Elvis il reverendo in chiesa). 

Fino alla fine. Avvenuta il 16 agosto del ’77- ufficialmente per aritmia cardiaca-  e a pochi mesi dalla straziante esibizione alla Market Square Arena di Indiapanapolis che chiude il film di Luhrmann qui alla sua terza prova musicale dopo Ballroom e Moulin Rouge

Confezione extralusso, pieno di hit (si ascoltano tra le altre Love me tender, Suspicious Minds, Jailhouse rock, Unchained melody e Heartbreak hotel con Butler che ha allenato la voce per un anno prima delle riprese) e sostenuto dal solito montaggio forsennato in stile Luhrmann, Elvis riporta sul grande schermo The king of rock’n roll con esiti altalenanti. 

Un film dalla doppia anima insomma, un po’ come la vita di Elvis, che rischia di rimanere soffocato dalla confezione per poi dare il meglio di se nella parte più intimista e sentita (l’ultima ora delle quasi tre di durata). Meno ispirato che in Moulin Rouge e forse più attento ad accostarsi al mito, il regista australiano non approfitta fino in fondo- nei toni e nella sostanza- del duello shakespeariano tra i due protagonisti di una storia che rivela, ieri come oggi, quanto sia difficile essere se stessi nello show business. 
 
 
 
 
In sala dal 22 giugno distribuito da Warner Bros.Pictures    


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