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giovedì 20 gennaio 2022
di Claudio Fontanini
ERO IN GUERRA MA NON LO SAPEVO
Il film di Fabio Resinaro sull’assassinio politico del gioielliere Torregiani
Il palpitante racconto degli ultimi giorni di vita di Pierluigi Torregiani, titolare di una gioielleria alla periferia nord di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato dai Pac guidati da Cesare Battisti, diventa un bel film diretto da Fabio Resinaro e in sala solo per tre giorni il 24/25 e 26 gennaio
Il palpitante racconto degli ultimi giorni di vita di Pierluigi Torregiani, titolare di una gioielleria alla periferia nord di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato dai Pac, Proletari Armati per il Comunismo guidati da Cesare Battisti (arrestato in Bolivia e consegnato alle autorità italiane dopo trent’anni di latitanza il 12 gennaio 2019) diventa un bel film diretto da Fabio Resinaro (MineDolceRoma, Appunti di un venditore di donne) e in sala solo per tre giorni il 24/25 e 26 gennaio prodotto da Eliseo multimedia con RaiCinema e distribuito da 01.  

Le vicende del commerciante quarantenne (sullo schermo Francesco Montanari) e della sua famiglia (la moglie è Laura Chaitti), che dopo aver reagito ad un tentativo di rapina, si ritrova addosso l’etichetta di “sceriffo” e viene condannato a morte da un gruppo terroristico in pieni anni di piombo diventa la salutare occasione per un riflesso aggiornato al nostro tempo da lockdown intellettuale, quello nel quale le responsabilità delle proprie azioni sembrano demandate ad altri. 

Siamo in gabbia, la vita è finita e non è una questione di soldi dice Torregiani al compleanno di uno dei tre figli adottivi che tra esposizioni finanziarie e mediatiche finirà per pagare col prezzo più alto il suo essere uomo libero. Col film di Resinaro che strizza l’occhio, per tematiche e trama al Giocattolo di Montaldo (1979) con Manfredi e mette in scena tentativi di emancipazione femminile ed espropri proletari (a quei tempi si contavano fino a 2000 rapine all’anno), televendite e P38 in 95’ che invitano l’uomo a misurare il tempo e non il contrario. 

Con Torregiani che si fida del meccanismo nella metafora dell’orologiaio (Alla fine tutto funziona…) ma che nel gioco di pesi e contrappesi rimarrà schiacciato dall’immagine da giustiziere borghese costruita su misura per lui dai giornali dell’epoca. Mentre Resinaro contrappone al contesto politico dell’epoca e un sistema fortemente polarizzato e incapace di lasciare spazio al pensiero individuale, l’umanità controllata e la resilienza privata di un uomo contro


Perché un film su questa vicenda di cronaca potesse puntare ad aggiungere qualche elemento di riflessione ulteriore, era necessario adottare un punto di vista nuovo e totalmente personale dice Resinaro presentando il film alla stampa. 
Era una storia che voleva e doveva essere raccontata e la scelta è stata quindi quella di rimanere incollati all’essere umano: non solo il gioielliere ma anche il padre, il personaggio e l’uomo. Rispetto ai miei film precedenti è stata quindi anche una sfida di stile e linguaggio e nel quale tesi e antitesi prefissate hanno trovato la quadra in un dramma umano, la posizione più politica di tutte, che fa della neutralità la sua forza

Cinque settimane di ripresa e ispirato all’omonimo libro di Stefano Rabozzi e Alberto Torregiani (Mio padre era un uomo austero e caparbio contro ogni imposizione ha detto uno dei figli del gioielliere, colpito da un proiettile vagante durante l’attentato e costretto sulla sedia a rotelle da allora), Ero in guerra ma non lo sapevo- scritto a sei mani da Resinaro con  Mauro Caporiccio e Carlo Mazzotta- ha avuto una gestione lunga come racconta il produttore Luca Barbareschi.

Volevo fare questo film da 6 anni ma il paradosso, tutto italiano, è che non trovavo uno sceneggiatore disposto a metterci le mani. Qui da noi tra nel racconto tra un terrorista e un borghese si privilegia sempre il primo ma la verità storica è importante e va ricostruita
Ero in guerra ma non lo sapevo racconta molto del nostro Paese e lo fa raccontando il pubblico attraverso il privato. E’ la storia di un uomo e di un paese pugnalati al cuore che rievoca un microclima che ha determinato un cambiamento epocale. L’Italia è una nazione fondata sul capro espiatorio e io non ho mai sopportato il linciaggio mediatico e preordinato delle vittime. Mi fa orrore il balletto di certa stampa che cavalca la rendita di posizione e ha flirtato con la sinistra rivoluzionaria. I film sui terroristi fatti in Italia? Li avrei voluti diversi. L’unico che è stato coerente ai suoi ideali e ha pagato sulla propria pelle è stato Alberto Franceschini (uno dei fondatori delle Brigate Rosse ndr). 

Finale sullo stato comatoso della nostra industria culturale al tempo della pandemia senza fine
E’ un po’ come la storia dei rubinetti che hanno sostituito i secchi per prendere l’acqua al pozzo. Dopo la rivoluzione agricola e quella industriale viviamo quella informatica e non possiamo non tenerne conto. Occorre un linguaggio più coraggioso, soprattutto al cinema, e la voglia di creare eventi che sappiano conquistare il grande pubblico ha concluso Barbareschi annunciando le riprese di un  un film comico sul movimento  Me Tooo (L’unica arma per far comprendere come siamo diventati imbecilli è rimasta l’ironia). 


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