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lunedì 4 ottobre 2021
di Claudio Fontanini
Il materiale emotivo
Una favola teatrale alla ricerca del tempo perduto
La vita e l’arte, la rappresentazione e la verità dei sentimenti. Da Un drago a forma di nuvola, una vecchia sceneggiatura di Ettore Scola scritta dal regista con la figlia Silvia e Furio Scarpelli, ecco Il materiale umano, la settima regia cinematografica di Sergio Castellitto con la riscrittura del testo affidata a Margaret Mazzantini

Un titolo che è un ossimoro per un film curioso ed elegante che fa della messa in scena, stilistica e narrativa, il suo filo rosso. Un  po’ come avveniva nel divertente e sofisticato La belle époque- il film del 2019 di Nicolas Bedos con uno strepitoso Daniel Auteil e che sembra il modello di riferimento di Castellitto- la nuova fatica dietro la macchina da presa dell’attore e regista romano si dispiega davanti ai nostri occhi come una favola teatrale (il film si apre e chiude con un sipario) alla ricerca del tempo perduto. 

Con Vincenzo (Castellitto) un italiano a Parigi che cura la sua antica libreria mentre al piano di sopra vive la figlia Albertine (Matilda De Angelis) costretta su una sedia a rotelle dopo un incidente e afflitta da mutismo selettivo da troppo tempo. A portare scompiglio e boccate di vita alla tranquillità maniacale di quell’uomo in fuga dalle emozioni arriva Yolande (una splendida Bérénice Bejo), scombinata ed esuberante attrice in prova. 

Tra cani smarriti e giuste distanze da trovare (il dilemma del porcospino di Schopenauer), ricette culinarie e proiettori di stelle, citazioni letterarie (Wilde, Hemingway, Goethe, Yourcenair, Dostoevsky) e letture della buonanotte alla figlia (Il barone rampante di Calvino e il Don Chisciotte di Cervantes), clienti ladri e camerieri confidenti (Clementino), Il materiale umano- coproduzione italo-francese tutta girata in interni al mitico teatro 5 di Cinecittà- invita ad uscire dalle prigioni di anime inquiete (La paura è la madre del rimpianto) per liberarsi ed aprirsi al mondo. 

Con una Torre Eiffel onnipresente sullo sfondo e un teatro che si chiama Providence a far da guida ad un’opera volutamente fuori tempo (il protagonista non ha il cellulare…) e quasi rivoluzionaria per il suo messaggio (La letteratura rende eterni, l’attualità uccide). 

Peccato che le emozioni reali latitano e che la cornice smaltata rischi di soffocare l’insieme. E alla fine questo materiale umano risulta al servizio di un bell’esercizio di stile più che fonte di incandescente narrazione.              



In sala dal 7 ottobre distribuito da 01  


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