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lunedì 2 marzo 2020
di Claudio Fontanini
VOLEVO NASCONDERMI
Orso d’argento a Berlino per Elio Germano nei panni di Ligabue
Un potente flusso emozionale, una lezione sul potere salvifico dell’arte e sul valore della diversità, una umanissima rivendicazione del diritto ad essere se stesso contro tutto e tutti.
Volevo nascondermi di Giorgio Diritti incanta ed interroga mettendo in scena la vita e l’arte- indissolubili- di Antonio Ligabue, il pittore naif morto nel 1965 e diventato famoso dopo la sua scomparsa
Un potente flusso emozionale, una lezione sul potere salvifico dell’arte e sul valore della diversità, una umanissima rivendicazione del diritto ad essere se stesso contro tutto e tutti. 

In concorso la Festival di Berlino, Volevo nascondermi di Giorgio Diritti incanta ed interroga mettendo in scena la vita e l’arte- indissolubili- di Antonio Ligabue (sullo schermo uno straordinario Elio Germano), il pittore naif morto nel 1965 e diventato famoso dopo la sua scomparsa. 

Infanzia travagliata in Svizzera (la madre naturale- una emigrante italiana - lo abbandonò alla nascita e venne preso in consegna da una famiglia adottiva tedesca), adolescenza da vessato ed emarginazione adulta al suo ritorno in Italia sulla bassa del Po,  dove- tra ricoveri in ospedali psichiatrici e voglia di libertà- troverà alla fine la forza di imporre la sua personalità, El Tudesc, come lo chiamava la gente, era un uomo solo, rachitico, deforme, umiliato e deriso ma in cerca di amore. Come l’occhio che fa capolino dalla coperta che lo ripara dal mondo ad inizio film, Diritti tratteggia a poco a poco la figura di un artista in guerra col mondo per non soccombere

Attaccato tenacemente alla vita e capace di combattere i propri incubi interiori a colpi di violenza primordiale trasferita su tela, il Ligabue animalesco di Elio Germano (meritatissimo Orso d’Argento per la migliore interpretazione maschile a Berlino) incarna l’anima di un uomo che amplificava la realtà dipingendo una giungla feroce popolata di tigri, leoni e gorilla. 

Un matto per molti ma soprattutto un bambino in cerca d’identità che trasfigura le proprie energie invisibili in potenti quadri sprovvisti di tecnica pittorica (E’ tutto fuori squadro gli dice l’amico Mozzali) ma dotati di anima. Con quegli autoritratti che diventano lo specchio riflesso della propria condizione e una richiesta d’aiuto nel nome della bontà da condividere. 

Tra sangue che scorre (Così il male va via si ripete come un mantra ) e punizioni esemplari (Tu sei un errore, non meriti di esistere gli urla il maestro a scuola mentre lo tiene chiuso in un sacco per punizione), cappotti nuovi indossati in pieno luglio e un bacio sognato, Diritti pennella cinema (lode alla fotografia di Matteo Cocco) usando la tavolozza dei colori come metafora di stati d’animo e tallona da vicino il suo personaggio entrando spesso in un’altra dimensione. 

Senza mai tralasciare il realismo della penosa vicenda che diventa persino un monito all’impossibilità del compromesso- in questo caso artistico- con Ligabue incapace di lavorare su commissione e disposto a farsi ricompensare con moto, auto, grammofoni e pranzi piuttosto che in soldi. Con paesaggi vividi e facce indimenticabili che rimandano al cinema di Olmi (il maestro di Diritti) e al Novecento di Bertolucci con incursioni fiabesche di matrice felliniana (magnifica la sequenza della fiera in paese con lo zucchero filato ad assaporare la vita). 

Ma il film- parlato in dialetto stretto e sottotitolato in italiano- non sarebbe lo stesso senza la superba prova d’attore di Elio Germano. Capace di rappresentare l’uomo oltre l’ingombrante maschera del notevole make-up prostetico e di immedesimarsi totalmente con la psiche, i sogni e i bisogni di un uomo in cerca di se stesso. 

Per una di quelle curiose coincidenze artistiche, il film esce a pochi giorni dalla morte di Flavio Bucci, l’attore che interpretò magistralmente sul piccolo schermo il pittore, nello sceneggiato Rai del 1977 diretto da Salvatore Nocita
           
In sala dal 4 marzo distribuito da 01     


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