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venerdì 27 dicembre 2019
di Claudio Fontanini
Tolo Tolo
Poche risate nel nuovo film di Checco Zalone alla sua prima regia
Per la prima volta dietro la macchina da presa e con alle spalle il successo planetario del delizioso Quo vado? (65 milioni di euro incassati nel 2016) Checco Zalone è pronto a sfidare nuovamente botteghino e opinione pubblica. 

E sì perché mai come stavolta il comico pugliese sembra aver pianificato a tavolino una strategia mediatica pronta a sbattere il mostro (?) in prima pagina. Per Immigrato, la sua canzoncina politicamente scorretta che ha preceduta l’uscita in sala del film si sono infatti scomodati politici e talk televisivi, opinionisti ed artisti in un confronto spettacolar-politico che dibatte sul presunto razzismo o no della gallina dalle uova d’oro del cinema italiano. 

Castigat ridendo mores recitava la famosa locuzione latina ma nel caso di questo Tolo Tolo ci viene piuttosto in mente la sollecitazione degli istinti più bassi dell’italiano medio alle prese con la voglia e la necessità di sfuggire ad uno Stato  vessatorio. Perché non pagare le tasse è un dovere e un insegnamento per il Checco dello schermo (un valore da trasmettere anche all’ignaro bambino africano che sbarcherà con lui nel Belpaese e al quale raccomanderà di non versare mai un acconto Iva) e comandare la razza inferiore un sogno ad occhi aperti (con i discorsi di Mussolini in bocca al protagonista in pose stentoree). 

Con Zalone- l’uomo, non l’attore- che in conferenza stampa dice che tutti noi abbiamo attacchi di fascismo nascosti e che fa di questa cronaca comica un campionario di qualunquismo capace persino di scherzare su un naufragio notturno di migranti in mare aperto con il consueto brano d’accompagnamento che dice- a mo di preghiera- che uno stronzo nero resta sempre a galla…). 

Peccato perché dopo Quo vado?, quello sì un film che con giustificato cinismo bacchettava i vizi dell’italiano portato fuori dal proprio habitat naturale, stavolta Zalone sembra girare a vuoto accontentandosi di gag spinte all’eccesso peraltro mascherate da un falso buonismo di fondo. 

Ed ecco Checco- sulla scia del Titino di Nino Manfredi in Riusciranno i nostri eroi… di Scola- costretto a scappare dall’Italia dopo il fallimento dell’innovativo Sushi bar nelle Murge pugliesi pagato coi soldi dei parenti. Il fisco reclama 500.000 euro e allora meglio darsi alla macchia e magari provare a rifarsi una vita in Africa. Prima come cameriere e poi come rifugiato politico dopo lo scoppio di una rivolta armata. 

Circondato da un amico nero (Souleymane Sylla) che sa tutto del neorealismo italiano (Troppa cultura fa male! dice Checco alla madre del giovane) e infatuato di una bellissima ragazza di colore (Manda Touré) con figlio a carico, il protagonista di Tolo Tolo si ritroverà infine sulla tortuosa rotta dei migranti sulla via del ritorno a casa (Sotto i 12 anni niente sconti? chiede al trafficante del barcone). 

Con la mentalità italica ed italiota di Checco alle prese con gli usi e costumi africani (Qui con 1000 euro corrompi un ministro, in Italia appena un assessore…), con impossibili sogni di uguaglianza e con l’idea di guerra che somiglia a quella combattuta ogni giorno a Spinazzola (Meglio il tribunale o l’arbitrato? L’Isis, dice Checco alle prese con le richieste delle due ex moglie che reclamano soldi). 

Tra dipendenza da acido ialuronico (L’Abc della società civile) e bagni sotto la doccia (E’ nella media europea, voi avete altri parametri…dice del suo organo sessuale all’amico africano con cui si confronta sciacquandosi), migranti da dividere al kg e contaminazioni, inni alla gnocca africana e apparizioni folgoranti (Nicky Vendola floricoltore in un trullo pugliese nella sequenza più divertente del film), canzoni italiane a far da contrappunto sonoro (Reitano, Endrigo, Modugno, De Gregori e Nicola Di Bari che appare anche nei panni dello zio di Checco) e cicogne strabiche (da dimenticare il cartone animato che chiude il film) Zalone sembra reclamare un presunto diritto al sogno dimenticandosi dei doveri e della moralità di un cittadino. 

Perché sono gli italiani a fare l’Italia (è bene non dimenticarlo mai) e un film di pancia come questo, nel quale peraltro si ride pochissimo e a prescindere da come la si pensi politicamente, non aiuta certo nell’impresa. 

E dire che stavolta, orfano di Gennaro Nunziante, Luca Medici (così si firma nei titoli) si è avvalso della collaborazione di Paolo Virzì alla sceneggiatura e di uno sforzo produttivo (nove mesi dal primo ciak, riprese tra Marocco, Kenya, Malta e Italia e tantissime comparse in azione) che avrebbe meritato ben altro risultato. Occasione mancata

In sala dal 1 gennaio distribuito da Medusa     


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