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venerdì 27 ottobre 2017
di Alessandra Miccinesi
Xavier Dolan incanta la Festa di Roma
Biglietti esauriti e pubblico in delirio sul red carpet per il 28enne attore canadese, due volte premiato a Cannes, che alla Festa del Cinema di Roma è il protagonista di un intenso ’Incontro ravvicinato’ moderato dal direttore Antonio Monda. "Il film che mi ha spinto a fare cinema? Titanic"
Gran Prix della giuria nel 2016 (E’ solo la fine del mondo), e Premio della Giuria due anni prima per Mommy. In mezzo titoli di culto per i cinefili Ho ucciso mia madre (2009), Laurence anyways (2012), e Tom à la ferme (2013). Film dolenti, forti, autentici che il regista canadese Xavier Dolan – anche attore, sceneggiatore, montatore, costumista, produttore, scenografo e doppiatore – racconta (raccontandosi) alla Festa del Cinema di Roma in un incontro ‘sold out’ curato dal direttore Antonio Monda.
Stregata dall’iconico regista biondo platino, che a 8 anni fu colpito al cuore dal kolossal Titanic e non si vergogna più a dirlo, la platea dell’Auditorium si gode quasi due ore di Incontro ravvicinato con l’enfant prodige di J’ai tué ma mère e Les Amour Imaginaires.

Firmi la tua prima regia a 19 anni: come nasce l’urgenza di fare cinema? 
Creare film e raccontare storie, queste erano le mie necessità. Ma ho iniziato per non essere un attore disoccupato. Non avendo fatto cortometraggi, né scritto sceneggiature, il mio nome era impresso solo sul diploma del liceo. E io volevo iniziare a recitare, quindi dovevo trovare un modo per iniziare. Il mio primo film da regista raccontava la mia vita, io ero senza lavoro, così ho pensato di ingaggiarmi come attore in un ruolo in cui nessuno poteva competere con me. Ma è stato complicato, perché ho dovuto investire tutti i miei soldi in un’operazione in cui non credeva nessuno, a parte gli attori. Più che di necessità, parlerei di problema: ho iniziato a fare cinema per risolvere la disoccupazione, il rapporto madre-figlio, iniziare la mia vita di artista. E siccome nessuno me lo consentiva, me lo sono permesso da solo.

Che tipo di cinema ha forgiato la tua carriera?
Qualche film l’ho visto, ma non sono tantissimi. Un po’ me ne vergogno, perché so che ci sono delle lacune nella mia cultura cinematografica che vanno riempite. In Chi ha ucciso mia madre, il riferimento a Wong Kar Wai (“In the mood for love”) è talmente evidente che se lui ha visto il mio film avrà pensato di denunciarmi. Ma ho attinto anche al libro Steal like and artist (Ruba come un artista) che parla della possibilità di diventare un creativo: offre spunti per diventare un artista se ne hai le potenzialità. Io ho trovato diversi consigli e questa bellissima citazione: quando inizi sei fasullo, poi diventi reale. Il furto artistico? Lo considero spontaneo e naturale, perché tu non sai chi sei fino a quando non crei. Fa qualcosa col cuore, con la tua anima e allora saprai chi sei. Si può fare anche attraverso il furto. Si arriva a capire se stessi solo dopo aver fatto qualcosa. Ed è così che ci cresce, coi prestiti e i furti. Anche Coppola in questo libro dice: noi vogliamo che voi rubiate le nostre inquadrature e il nostro modo di girare … arriverà il giorno che gli altri ruberanno a voi.

Spesso i tuoi personaggi lottano per la libertà di essere ciò che vogliono, ma non sempre raggiungono la felicità: è vero. E perché?
Sì. Ci sono tanti film su persone senza speranza né fortuna, persone che non lottano per tutto ciò. E se lottano tutto gli è contro. Sono film molto popolari, noi li chiamiamo la pornografia del povero perché amano parlare di reietti ed emarginati della società, ma questi film non danno loro una reale possibilità. Io amo i combattenti, quelli che nel cuore hanno una speranza. La vita è questo: lottare per cercare di essere quello che sei, ma la società non vede ciò di buon occhio. Ci sono persone che hanno deciso di abbandonare i loro sogni, certo, ma esistono anche i combattenti. Io? non do niente ai miei personaggi perché hanno il desiderio di combattere già in loro. Non sempre vincono, certo, e non sempre finiscono insieme ma non sono dei perdenti. E riescono a lottare per quello che vogliono. I miei film saranno sempre basati su persone che cercano il loro spazio. E se non riescono è sempre colpa della vita, mai colpa loro.

E “Titanic”?
Here we go! (ride Dolan) lo considero un capolavoro del moderno intrattenimento: costumi, effetti speciali, attori, produzione, tutto è meraviglioso. E’ un film che venero ma so che non tutti sono d’accordo. Due anni fa ero a una cenetta con Julian Schnabel, Ron Howard e Charlize Theron  una cosa informale (ride ancora) li saluto e iniziamo a parlare. A un certo punto mi si chiede: quale film ti ha ispirato? E penso alla loro reazione quando ho nominato Titanic. Che non è esattamente il film che vai a cercare in un contesto intellettuale. Ma mi veniva chiesto il titolo che mi aveva spinto a fare cinema, non l’opera più grande di tutti i tempi. I film io li guardo col cuore non col dizionario in mano, e a 8 anni Titanic mi ha mormorato ‘vola, pensa sempre in grande e non far fermare i tuoi sogni’. Così ho fatto. Ho anche altri film nel cuore, come Lezioni di piano di Jane Campion, Wong Kar Wai l’ho già citato. Sono questi i film che mi hanno fatto e dai quali vengo.  

La storia della lettera a DiCaprio è vera?
Sì sì. Dopo il film dissi a mia madre che volevo scrivere una letterina a Leonardo ma non è grazie a lui che sono entrato nel cinema. La verità è che ero senza lavoro, stavo tutto il giorno chiuso nel mio appartamento senza soldi. Dovevo fare qualcosa perché avevo detto a tutti che lasciavo la scuola per trovare la mia strada d’attore. Ma da subito ho capito che raccontare storie mi dava un grande piacere.

Tra i tuoi film preferiti c’è anche l’ultimo di Luca Guadagnino
Ho visto Call me by your name due settimane fa e da allora non mi ha più lasciato. E’ forte, tenero e profondo. Cambia il modo di vedere l’amore. Ha una forza che non tutti i film hanno. Insegna molto anche sul dolore. Spesso cerchiamo film che ci portino lacrime felici, oppure che strappino qualche risata. Ma quando si sperimenta l’esperienza del rifiuto d’amore o l’essere follemente innamorato e soffrirne, allora si capisce la bellezza del dolore. E questo film consente di farlo. Il dolore è importante, permette di creare. Ed è dal dolore – il cuore spezzato, voler conquistare qualcuno - che sono nati molti miei film. Vedendo l’opera di Guadagnino mi sono sentito profondamente compreso e ho capito che questo regista come me sa che il dolore apre tante porte.


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