Ricchezza e speculazione finanziaria contro bellezza e identità culturale. La battaglia ideologica si combatte, come in una fiaba politica, in Paradiso in vendita, il nuovo film di Luca Barbareschi presentato lo scorso ottobre nel concorso Progressive dell’ultimo Festival del Film di Roma.
Parte da uno spunto di cronaca (nel 2015 al governo greco, in profonda crisi economica, venne in mente di vendere alla Germania alcune isole dell’Egeo ma poi non se ne fece più nulla) la sceneggiatura firmata da Stefano Brando, Valerio Cugia di Sant’Orsola, Damiano Bruè e Lisa Riccardi per raccontare la storia di uno squalo che aveva perso l’anima (come si dice nel prologo letterario).
Soprannominato Richelieu e finissimo stratega capace di negoziare le situazioni economiche e politiche più delicate (all’inizio, su input del governo, è un infiltrato nei pescatori francesi che protestano contro il caro gasolio), François Alarie (Bruno Todeschini) è l’ambasciatore spedito dal governo francese sull’isola di Fenicusa (nella realtà Filicudi), appena venduta ai transalpini.
Dovrà acquisire, nell’ombra, tutte le proprietà degli isolani per fare di quel magnifico paradiso delle Eolie una sorta di colonia di lusso.
Con la promessa, a firme avvenute, di diventare nuovo Ministro dell’Economia, ecco lo spaesato e diffidente negoziatore presentarsi sull’isola tra la sorpresa degli ignari abitanti dell’isola guidati da una combattiva maestra e sindaca rimasta vedova (Donatella Finocchiaro).
Tra salite a dorso di mulo e wi fi assente (Non è stagione… si sente rispondere Francois sull’assenza di segnale), riunioni in chiesa e nomi delle barche dei pescatori che diventano Robespierre e Voltaire (ma si sa, il cambiamento in mare non porta fortuna) inizia una vera e propria guerra culturale a colpi di foie gras e Camambert, con Edith Piaf a fare da colonna sonora transalpina col controcanto dei brani di Rosa Balistreri, la cantastorie interprete delle canzoni popolari siciliane.
Tra leggende marinare e paesaggi cartolina, leggi del mare e filmati d’epoca (si racconta anche della rivolta isolana del 1971, quando Filicudi divenne il confino di mafiosi e criminali siciliani), romanticherie telefonate e ammonimenti (Chi si compra l’isola si compra tutti i nostri ricordi dice la Finocchiaro a Todeschini), il film diretto e prodotto da Barbareschi parte da una bella promessa da commedia all’italiana vecchio stile (l’inizio, vivacissimo e colorato, è la parte migliore del film) per poi allungare il brodo oltre misura (107’ sono troppi) a colpi di inutili ripetizioni e macchiettismo locale (in scena 160 veri abitanti dell’isola).
Per scoprire alla fine che tra un adieu e un ciao c’è tutta la differenza del mondo e che la bellezza non si compra ma si riconosce.
In sala dal 24 luglio distribuito da Altre Storie