Dopo aver partecipato ad un centinaio di festival internazionali - da Rotterdam a Melbourne ed essere premiato al San Francisco Independent Film Festival, Tous-Ecrans - Geneve International FilmFest e all’Arizona Underground FilmFest arriva nelle sale La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli, sulla scia del precedente Beket - anch’esso premiato a Locarno e altrove, ma ’visto’ in sala da noi solo due anni dopo e riuscito ora -, alla continua ricerca di una nuova narrativa cinematografica, sempre coinvolgente e suggestiva, sperimentale e surreale.
La celebre leggenda - già portata sul grande schermo da Werner Herzog negli anni Settanta - viene rivisitata con una chiave diversa, facendo leva sull’ambiguità e la trasformazione e rispecchiandosi in questo nostro ’nuovo mondo’ dell’ipercomunicabilità virtuale dove però regnano l’incomunicabilità, l’indifferenza e la solitudine. Dove l’altro è spesso il diverso da sfruttare o deridere proprio come accadeva ai cosiddetti fenomeni da baraccone. Il tutto ambientato in una magica Sardegna che diventa ottimo non luogo per rivisitare un vecchio mito attraverso un nuovo percorso.
"Sono un artigiano al servizio della storia - dice Manuli - nessuno espone il proprio ego per distruggere. Ai sensi della storia la Sardegna è perfetta, e anche perché in Italia e all’estero si veda questa Sardegna, così come i sardi e gli italiani non sono bituati a vederla, non la solita cartolina a colori". Infatti, il magnifico scenario viene esaltato da un abbagliante bianco e nero firmato dal direttore della fotografia Tarek Ben Abdallah. La storia è ispirata ad un misterioso fatto di cronaca avvenuto in Germania nell’Ottocento e che affascinò, per oltre un secolo, intellettuali e registi. Il 26 maggio 1828 comparve all’improvviso in una piazza di Norimberga, un ragazzo di circa sedici anni che sapeva dire solo un nome, forse il suo, Kaspar Hauser appunto.
Nel film arriva galleggiando sulla riva di una spiaggia. E’ Kaspar Hauser (Silvia Calderoni, ottima attrice teatrale prestata al cinema), il fanciullo d’Europa, erede al trono, fatto sparire per oscuri motivi di potere quando era ancora piccolo. Approdato in questo luogo desolato e senza tempo, abitato solo dalla Granduchessa (Claudia Gerini), dal Prete (Fabrizio Gifuni), dalla Veggente (Elisa Sednaoui), dal Drago (Marco Lampis) e soprattutto dal Pusher e dallo Sceriffo (entrambi interpretati da un sempre appassionato Vincent Gallo), Kaspar sconvolge gli equilibri di questo mondo lontano, isolato in una dimensione atemporale.
Solo lo Sceriffo lo accoglie, aiuta e protegge nel suo fortino, e gli insegna a diventare un bravo Dj, mentre il ragazzo impara a riconoscere i suoi amici e i suoi nemici. Ma un dubbio resta fino alla fine: chi era Kaspar Hauser? Un santo, un idiota, un impostore o semplicemente il loro re? Certo si tratta di un’opera ’nuova e controcorrente’, quindi non destinata al grande pubblico, o quanto meno a quella parte che considera ancora il nostro cinema soltanto commedia e/o dramma. E’ un tentativo di far riprendere al nostro cinema la strada della ricerca e delle idee (nuove ovviamente), obiettivo principe della ’Settima arte’ e al quale hanno dato il loro contributo i nostri maestri di ieri e dell’altro iero, ovvero da Antonioni a Bellocchio, da Rossellini a Bertolucci, i quali ai loro esordi hanno firmato film ’sperimentali e artistici’ attraverso i quali hanno definito il loro stile e poi conquistato anche il pubblico, non solo i cinefili.
Quindi se siete stati sorpresi e conquistati da Beket, anche La leggenda di Kaspar Hauser lo farà, non solo per l’ambientazione da western, genere che Manuli confessa di amare, anche perché istiga a riflettere ed a interpretare, trascinandoci in un allucinato viaggio pieno di rimandi e riferimenti. L’ottimo monologo del Prete (Gifuni) è stato scritto da Giuseppe Genna, e riadattato dall’attore che la recita con un accento pugliese, da lui scoperto per caso tra Foggia e Barletta. Nelle sale dal 13 giugno distribuito da Mediaplex