“Potrei dire che Solo Dio è perdona è come una sintesi di tutti i film che ho realizzato finora. Credo che mi stessi dirigendo verso questa collisione creativa, a grande velocità, per poter cambiare tutto ciò che mi circonda e vedere ciò che sarebbe emerso. Adesso che c’è stata questa collisione, può succedere che tutto intorno a me si capovolga. Il secondo nemico della creatività, dopo avere ‘buon gusto’ è il sentirsi al sicuro”. Le parole di Nicolas Winding Refn, il talentuoso regista danese di Drive, illuminano meglio di ogni commento la sua ultima fatica appena passata in concorso a Cannes e sugli schermi italiani dal 30 maggio.
Interpretato ancora una volta da un catatonico Ryan Gosling, il suo attore feticcio, Solo Dio perdona (Only god forgives) è un crash stilistico ed emotivo che raggela e sconcerta a colpi di violenza parossistica e mistica orientale. Servendosi di immagini e fotogrammi che finiscono per implodere in una tessitura narrativa priva di fondamenta, NWR mette in scena la sua poetica nichilista con uno stile ieratico e allucinato che finisce dritto nel puro compiacimento estetico. Membro di una potente famiglia criminale, Julien (Gosling) gestisce a Bangkok un club di pugilato che serve da copertura al traffico di stupefacenti.
Quando il fratello maggiore Billy (Tom Burke) uccide brutalmente una prostituta sedicenne, le autorità locali si rivolgono a un poliziotto misterioso ed efferato (Vithaya Pansringarm) che inizia una vera e propria danza della morte per arrivare a giustiziare il colpevole. L’arrivo in Thailandia di Crystal (una spericolata Kristin Scott Thomas in versione biondo platino e mai così sensuale), madre virago in cerca di vendetta farà da prologo alla prevedibile e sanguinosa resa dei conti finale.
Tra boxing club e lussuosi saloni popolati da puttane, bambini che assistono impotenti a omicidi in diretta e affilate sciabolate di katana, patricidi e torture (ce n’è per tutti i gusti, inutile scendere nei dettagli…), Solo Dio Perdona (Cannes, speriamo, no!) è violenza cinefila tra luci soffuse e carrellate di corridoi rossi. Rallentato e sin troppo studiato, il nuovo film di Refn fa tabula rasa di ogni elemento psicologico (perché il poliziotto agisce così non è dato sapere) lasciando che i suoi personaggi (soprav)vivano di sguardi nel vuoto e passeggiate di morte. Qualcuno, vedrete, metterà in campo Edipo e Lady Macbeth ma in realtà questo Solo Dio perdona è un accademico e noiosissimo esercizio di stile che sembra nascondere l’assoluta mancanza d’idee piuttosto che la necessità della forma.
Nelle sale dal 30 maggio distribuito da 01