Cambiare il mondo va bene ma la rivoluzione se in mezzo c’è Carlo Petrini si fa attraverso il piacere. Ed è vera perchè quotidiana, perchè fatta di microbattaglie, perchè parte dal basso bassissimo della pancia e dell’istinto, perchè parla di cibo buono per parlare di vita dignitosa e di sviluppo sostenibile. Perchè “noi siamo un’associazione che vuole cambiare il mondo partendo dall’Africa che è il paradigma dell’oggi in cui stiamo rendendo infertile la terra, facendo finire l’acqua e uccidendo i contadini”, come ripete Petrini. In sintesi perchè slow food è slow revolution. Questo ci racconta Slow Food Story (nei cinema dal 30 maggio) docufilm firmato da Stefano Sardo come un gesto di resistenza:
“Per me è stato un po’ come andare in analisi perchè ho dovuto concentrare in un’ora e un quarto personalità che richiederebbero delle serie lunghissime per essere raccontate in film. Sono cresciuto con gente che da sempre si occupa di Slow Food e dunque ero naturalmente portato a raccontarlo. E per me è stato aprire l’album di famiglia per raccontare una rivoluzione lenta mai interrotta da 25 anni né sulla via di uno stop” .
Una rivoluzione “anche se costa fare un film del genere, è l’opposto dell’imprenditorialità, ma io appoggio l’idea - precisa il produttore Nicola Giuliano - C’è un’orgia di gastronomia in tv ma nessuno ha voluto il nostro film perchè pensano che non farebbe audience. Credo che nel nostro paese ci sia un forte problema di politica culturale, che si stia facendo indietreggiare il nostro paese dopo aver fatto tanto per alfabetizzarlo. Siamo il paese che ha il più alto tasso di analfabetismo di ritorno, una vera tragedia , 47 italiani su 100 leggono un testo e non capiscono cosa leggono ma nessuno se ne occupa”.
E che cosa invece sarebbe giusto, o utile, fare oggi più che mai?
“In questi momenti di crisi c’è bisogno di nuovi paradigmi e oggi capiamo la follia di chiedere alla nostra terra sempre di più, già adesso molto suolo è diventato infertile e tra anni mancherà l’acqua perduta in agricolture intensive e abbiamo anche perso specie genetiche, per non dire di una classe contadina ridotta al lumicino nel nostro paese. C’è bisogno di cambiare il paradigma produttivistico che distrugge la crescita e bisogna smetterla di affidare l’agricoltura a ministri e ministeri di serie B, anche perchè la gestione dell’agricoltura è importante, non a caso in America se ne occupa direttamente il presidente" risponde Carlo Petrini.
"Nel mondo succede di tutto intorno a queste tematiche, in Italia si dorme, non si sa concepire la gastronomia come scelta complessa, capace di parlare alla gente, come scienza che implica il tirarsi su i pantaloni e lavorare e impegnarsi, ci si gingilla in ridicoli autoreferenziali pensieri legati alla gastronomia come roba di cappelli e di stelini, roba appunto da MasterChef in tv. Nel film abbiamo tentato di spiegare che gastronomia è anche agricoltura, zootecnica, economia politica anche oggi che non c’è più bisogno di conquistare la terra perchè c’è la proprietà privata delle sementi. Un giorno andando avanti così diventeremo tutti operai a cottimo. Ma oggi se il cibo è piacere, dobbiamo anche cogliere questa nuova forma di colonialismo che toglie in Africa la terra ai giovani che son costretti ad attraversare il Sahara, morire o arrivare sino a noi per lavorare nei nostri campi ed essere trattati come schiavi. Anche questo è gastronomia. Perchè non se ne parla?"
"Io - prosegue il creatore di Slow Food - ne ho parlato sempre anche senza perdere mai l’orizzonte del piacere. Perché il cibo è fatto per piacere. E oggi tra gli chef tutti al maschile dico che in ogni parte del mondo milioni di donne hanno fatto i più grandi piatti della storia dell’umanità con niente e senza che nessuno gli dicesse ’grazie’. Basta con questo circo mondiale, borderline della pornografia alimentare. Un gastronomo che nasce non con i prodotti naturali e poveri ma con i prodotti industriali è uno sfigato ed esiste una sola memoria storica che si chiama fame”.
E la sinistra? “Non capisce la complessità di queste tematica . Prossima settimana firmo col direttore generale della Fao un accordo di collaborazione con la Fao e Slow Food per sviluppare e tematiche dell’agricoltura e del riscatto delle popolazioni di gran parte del mondo contro ciò che si è pensato a lungo e cioè che la soluzione dei problemi della fame veniva da produzioni intensive e monoculturali. Oggi la Fao ha capito di aver sbagliato e propende per la piccola agricoltura sul territorio. Questa è una grande sfida e il giorno in cui l’Africa avrà l’orgoglio della propria gastronomia l’agricoltura di quelle terre prenderà valore”.
Come cambiare tutto questo?
“Per cambiare le cose sono fondamentali le alleanze. In America Latina i grandi chef sono soggetti attivi della gastronomia della liberazione. Ci sono chef che aprono scuola per giovani che vengono anche dalle favelas, che si fanno ore e ore di viaggio per partire da casa e farsi la scuola di cucina. Esiste ancora una parte di mondo che ha questa dimensione e la gastronomia può essere un modo per cambiare difendendo sementi autoctone, aiutando i contadini e gli indigeni dell’Amazzonia ad esser pagati nel mondo giusto".
"Sarà giocoforza tornare al biologico perchè la perdita di fertilità dei suoli è dettata da un uso folle della chimica che ha reso la terra come tossicodipendente, ha sempre più bisogno di prodotti e sta perdendo i suo humus. Il biologico costa? E’ vero. Ma perchè i produttori di biologico devono dare la loro certificazioni e gli zozzoni no?. E poi il biologico non vale in assoluto, non vale se mi porti le pere dall’Argentina e me le vendi come biologiche perchè portarle da lì fa più danno che se le crei qui con i prodotti chimici. Ma il biologico vero sarà il nostro futuro”.