Una giornata estiva spesa sulla riva del fiume Tagliamento, nella rigogliosa campagna friulana, tra sabbia e insetti, pic nic nell’erba e interminabili bagni di sole, tempi dilatati e emozioni in divenire. Un ragazzo e una ragazza, uniche presenze su un arenile deserto, illuminato da tagli di luce vividi e dai suoni della natura, giocano nelle acque adamantine e poi si stendono al sole, ad asciugare. E’ una routine naturale, un susseguirsi di tuffi, risate, mugugni, lanci di sabbia e costumi bagnati. Guardandoli, sembra che non stia succedendo nulla, o almeno nulla di eclatante da fissare su pellicola. Invece, là sullo schermo, insieme con i dialoghi apparentemente banali di due ragazzi che scoprono l’attrazione per la vita e per il sesso, si materializza qualcosa di profondo e impalpabile: pura poesia della vita.
In un’atmosfera da paradiso in terra, dove il miracolo si ripete ad ogni estate con una pazienza e una grazia costanti in natura, sia Giacomo che Stefi – i luminosi protagonisti di questa storia - annusano il profumo della loro pelle, osservano la profondità dei loro occhi e la chiarezza dei loro turbamenti, amplificando nella memoria i minuti di un giorno che ricorderanno come una vera e propria epifania.
E’ una trama delicata ma forte, quella scelta per il suo esordio alla regia da Alessandro Comodin, cineasta dal talento sensibile e intuitivo (vedere la sequenza d’apertura del film per credere) che ha scelto di dare corpo ad emozioni, che raramente trovano spazio sul grande schermo.
L’estate di Giacomo, film distribuito da Tucker che ha fatto incetta di premi nei festival internazionali (uno per tutti il Pardo d’oro cineasti del presente conquistato a Locarno 2011) è l’istantanea di un giorno da fiaba in cui ci si deve perdere per ritrovarsi ragazzi d’estate. Una sorta di iniziazione all’età adulta tra adolescenti. Giacomo – 18 anni, sordo fin da piccolo (è l’intenso Giacomo Zulian) - e Stefi (Stefania Comodin) amica del cuore e di avventura in una vacanza che lascia il graffio. Perché il limite che segna il passaggio dall’adolescenza alla maturità, per Giacomo, è rappresentato dal’operazione che lo aiuterà a recuperare l’udito.
In un ricordo lungo un giorno, che diventa una estate intera trafitta di sole e fuochi d’artificio, Giacomo e Stefi si congedano, con consapevolezza, dall’adolescenza spensierata un attimo prima che l’istante cristallizzi, diventando nostalgia del passato. E ballano abbracciati a una festa di paese, scoprendo la dolcezza del primo amore con sguardi puri e pieni di stupore.
Girato con una videocamera con stile asciutto e rigoroso, ma eclettico – tra le tante sequenze che restano nel cuore, la passeggiata in bicicletta al tramonto - il film riflette una cifra sensibile e personalissima che il regista, classe 1982 diplomato in Belgio all’Institut National Superieur des Arts du spectacle non forza mai, né sfrutta per trasformare le sequenze in sterile virtuosismo.
Ecco allora spiegato il senso di certi, estenuanti piano-sequenza con i protagonisti ripresi di schiena, tallonati dall’obiettivo della videocamera, impegnati in un tortuoso pellegrinaggio nella campagna, a piedi nudi, tra piante d’ortica e fossi melmosi. Scelte estetiche nette e funzionali alle psicologie dei personaggi, che vediamo evolvere lentamente, in oblique geometrie, tra sorrisi e complicità, smorfie di disgusto e acute sonorità. La scarna, se non inesistente sceneggiatura, è supportata dalla realtà dei fatti e dall’ossatura di paesaggi talora morbidi e a volte inospitali, ed incorniciata sullo schermo con stile documentaristico grazie al talento dei protagonisti: non attori in stato di grazia. Da non perdere.
Il trailer: www.youtube.com/watch?v=Dl41ciSwLps
Note: "Sono arrivato a L’estate di Giacomo per attesa e decantazione - scrive Comodin nelle note di regia - le immagini mostravano da sole la loro ragione d’essere e raccontavano la misteriosa sensazione che mi aveva rimandato indietro nel tempo. Questo è forse il primo film a cui ho pensato in assoluto".