martedì 18 giugno 2013 ore 23.37   
Torna alla home page
 
Torna la home page Home Page La redazione Agenda Archivio notizie  Contatti 
 Aggiungi a preferiti 
 

Cerca nel sito



 

Mailing list

 Sesso: 
M F
 Età: 

indirizzo email

leggi regolamento


 

 

Realizzazione:
www. Siti.Roma.it

 

Home » Cinema » Recensioni  
martedì 26 giugno 2012
di Alessandra Miccinesi
Marley
Folgorante documentario su una delle icone più amate del XX secolo, il profeta del reggae Bob Marley

Esibiva con orgoglio i lunghi dreadlocks, prima che la chemio obbligasse le sue compagne a tagliargli a zero i capelli. Quelle folte trecce erano insieme forza ancestrale e insaziabile voglia di libertà: tratto distintivo che copriva esclusivamente con il tam, il tradizionale cappello con i colori della bandiera etiope. Di copricapi così se ne contarono a migliaia il giorno in cui la Giamaica si fermò e pianse per i funerali di stato di Robert Nesta Marley, celebrati nel maggio 1981 nel suo villaggio natale, a Nine Mile, quando il cantante, e poeta, e attivista - e altro ancora - fu sepolto insieme con la sua fedele Gibson, una piantina di marijuana e un pallone da calcio. Basta questa semplice immagine a immergerci nel mito e a farci assaporare la leggenda di un artista unico e irripetibile, che non sopportava le regole dell’Occidente, schivo e riservato, salutista e bello. Anche affascinante, perciò molto ricercato dalle donne. Bob Marley non era fedele alle sue compagne, ma loro sapevano e accettavano il fatto. “Lui era fedele solo a Dio” confessa Rita, la prima moglie e angelo custode di Bob Marley quando si trattava di far sloggiare le visitatrici accampate nel camerino della star.

E’ per dettagli inediti come questo, che centoquaranta minuti per spalmare sullo schermo la vita di un musicista leggendario come Bob Marley potevano non bastare, peggio, risultare insufficienti a colmare le lacune, inevitabili quando ci si confronta con la grandezza di una superstar del reggae. Circoscrivere l’immensità di un uomo minuto nel fisico ma ‘gigante’ per sensibilità e determinazione, alternando i racconti pubblici alla vita privata, pescando nella Storia e tra le storie per far emergere il ritratto di un artista universale, è stata invece la sfida vincente del premio Oscar Kevin MacDonald (documentarista esperto e filmaker di rango, autore de L’ultimo re di Scozia) che con il suo toccante docufilm ci proietta nell’universo del profeta del reggae stroncato a 36 anni da un melanoma.

Per uno di quei motivi che sfuggono alle logiche del marketing, che peraltro non sfiorarono mai l’autore di No woman no cry (“la mia ricchezza è la vita, non i soldi” ripeteva come un mantra) il suo messaggio resta inossidabile al tempo e alle mode.
Merito di una umanità extra ordinaria e di una personalità magnetica, che innervano ogni sua canzone. E’ per questo, che la bandiera di pace e fratellanza tra i popoli che ‘sventola’ dai riff di chitarra dei pezzi più famosi di Marley è più attuale che mai. Ed è soprattutto questo aspetto, oggi, tra i tanti, personalissimi pescati dall’album di famiglia (dal rapporto di Bob con gli 11 figli avuti da 7 relazioni diverse, alla scelta etica di diventare un militante rastafariano) ad emergere con forza in Marley documentario che arriva in sala distribuito da Lucky Red.

Allevato in una famiglia musicale del villaggio di Rodhen Hall, nella Giamaica settentrionale, da padre britannico (il capitano Norval) che sessantenne si innamora di Cedella Booker, una sedicenne giamaicana che però abbandona presto, Robert Marley dimostra sin da piccolo l’amore per il canto. E cresce su una casa in collina tra il verde smeraldo dei campi da arare e le mucche da mungere.
Una infanzia difficile, consumata tra asini e raccolti di giorno, e notti spese a guardare lucciole e stelle. Poverissimo e bistrattato perché meticcio (“io non sto dalla parte dei neri o dei bianchi, sto dalla parte di Dio” fu il suo credo) Marley intuisce che la via d’uscita da quella vita di stenti e miseria è appesa alle corde della chitarra. Così, a dodici anni si trasferisce con sua madre nel ghetto di Trenchtown, a Kingstone, ma la sopravvivenza è legge dura anche lì.

Il valore aggiunto della creatività, unito alla passione per la musica suonata con strumenti di legno e latta, gli fanno abbandonare la scuola. Bob si guadagna da vivere facendo l’elettricista. E intanto incide. Dal primo singolo del ’62 Judge not sfornato appena sedicenne, alla formazione di una band mitica (The Wailers) fino all’ultimo ellepi datato negli anni Ottanta, Uprising, la vita di Marley scorre sullo schermo come la confessione a cuore aperto di un uomo affamato d’amore.
Dalla ortodossia rastafariana, che poneva la figura di Hailé Selassiè I come il messia in Terra, alle crociate per la pace sociale nella sua terra; dalle siepi di marijuana coltivate in giardino agli spinelli fumati come sacramento e non come ‘sballo’; dalla musica sinonimo di riscatto sociale e uguaglianza, alla libertà di amare e essere amato dalle folle e dalle donne. Se per i figli è stata dura crescere all’ombra di un padre assente e rigido (“non fu affettuoso, anzi, fu duro con noi figli” confida David Ziggy Marley) per il piccolo Bob (“ho il cuore duro come la pietra e morbido come l’acqua”) l’abbandono da parte del padre e il rifiuto della famiglia paterna diventano ispirazione per uno dei suoi brani più toccanti, Cornerstone,  che nel film è commentato dalla sorellastra Constance

Oltre al momento topico del concerto giamaicano One Love Peace, in cui durante l’interpretazione di Jammin Marley fa salire sul palco i rivali politici del suo Paese dilaniato dalle rivalità politiche, il primo ministro Michael Manley e il leader dell’opposizione parlamentare Edward Seaga, facendogli stringere la mano davanti alla folla, il film sprizza vitalità da ogni fotogramma. Anche nei momenti più cupi e terribili, in cui è costretto ad arrendersi al cancro. “Bob piace alla gente perché è sincero, è un’anima beata in cerca di una guida” diceva di lui chi aveva condiviso il tempo degli esordi. Come il bizzarro Dudley Sibely, l’addetto alle registrazioni e il portiere dello Studio One che con Marley visse per quasi due anni nella stanza sul retro dello studio, e che condivise il fumo e la voce roca dell’alba, prima che questo giovane artista pieno di ideali di libertà e uguaglianza diventasse un’icona.

Per chi ama e conosce le sue canzoni – da No woman no cry a Stir it up, passando per Could you be loved, One love, Tranchtown Rock, Exodous, High Tide or low Tide – ma ignora la sua storia, questo documentario sarà un viaggio emozionante da vivere anche con gli occhi.
Vedere sul grande schermo una delle icone musicali del XX secolo, cantare i suoi potenti inni all’amore e alla redenzione dei popoli, sarà un’esperienza toccante. Marley è anche l’unico documento ufficiale, su un artista che esercitò un impatto davvero globale sulla società. E la cui esistenza, condita da filosofia e spiritualità, arte ed empatia col prossimo, lo portò a inseguire l’amore in ogni sua forma, con ostinazione e determinazione. “Per i rasta lo scopo della vita è la felicità” dice sorridendo al mondo Bob Marley. Chissà come sarebbe andata oggi, se quel melanoma all’alluce, scoperto per caso durante un infortunio in una partita di calcio (una delle sue passioni insieme con il cricket) non fosse degenerato. “Credo che la ragione per cui Bob sia sopravvissuto alla sua morte è perché ha parlato alla gente oppressa del pianeta. E la sua è stata una voce che diceva:ora siete a terra ma un giorno sarete lassù’” sintetizza il regista. Quella speranza, per tutti noi, è una promessa ancora viva. Da non perdere.

Nelle sale dal 26 giugno distribuito da Lucky Red

Il trailer: www.youtube.com/watch?v=tq_qJEp2sTY


Links correlati
http://www.luckyred.it
 
Segnala a un amico
Vi è piaciuto questo articolo? Avete commenti da fare?
Scrivete alla redazione
 












Foto dal Web

Altri articoli di interesse
18-6
Cinema
STOKER
di Cristina Giovannini
13-6
Cinema
Killer in viaggio
di José de Arcangelo
13-6
Cinema
La leggenda di Kaspar Hauser
di José De Arcangelo
13-6
Cinema
IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE
di José de Arcangelo
12-6
Cinema
Into Darkness
di José de Arcangelo
6-6
Cinema
After Earth
di José de Arcangelo
6-6
Cinema
HOLY MOTORS
di Claudio Fontanini

 
© Cinespettacolo.it - Direttore Responsabile: Anna de Martino - Testata in attesa di registrazione al Tribunale di Roma