Per l’avvocato Matt King, marito e padre assente, c’è tutto quello che serve a fare delle Hawaii un vero paradiso: l’oceano, le palme, il surf ed i cocktail con l’ombrellino. Finché un incidente in barca a largo di Waikiki, in cui sua moglie Elizabeth sbatte la testa e finisce in coma, lo porta a fare i conti con la realtà. E da genitore ‘di riserva’ qual è, Matt decide di riesaminare la sua vita, cercando di capire quando ha iniziato a perdere il contatto con le figlie. Siamo in zona Paradiso amaro il nuovo film di Alexander Payne (Oscar per lo script di Sideways) in sala dal 17 febbraio in 250 copie distribuito da Fox.
Dopo aver diretto star come Paul Giamatti (Sideways) e Jack Nicholson (About Schmidt) stavolta Payne punta - e vince - sulla bravura e la versatilità di un umanissimo George Clooney, già premiato con un Golden Globe e in predicato per l’Oscar. Il regista rimpasta il dramma di Paradiso amaro in commedia dolceamara, tirandone fuori in un convincente mix (dramedy) che soddisfa il palato degli spettatori. E non solo. Il film ha infatti incassato ben cinque nomination agli Academy Awards.
Alexander Payne, dica la verità, si aspettava un risultato del genere: concorrere ai premi Oscar in un’annata ricca di giganti, accanto a colleghi come Scorsese, Allen e Malick?
"Più che aspettarmelo diciamo che, dopo i due Golden Globe, speravo almeno in tre, massimo quattro nomination. Ma sono molto felice di trovarmi in compagnia di cineasti come Scorsese e Hazanavicious".
Cosa è che la eccita di più degli Oscar?
"Gli incontri che faremo, e a cui parteciperanno tutti i nominati, cineasti che amo profondamente. Di questi simposi ce ne saranno due: il primo è organizzato per il pubblico e si terrà venerdì mattina, ci saremo sicuramente io, David Fincher e Martin Scorsese; l’altro è promosso dall’Academy Award e dovrebbe rappresentare tutti, ma non credo che vedremo né Malick, né Allen. Saremo in tre!"
I suoi film sono sempre attraversati da eventi luttuosi: cosa c’è in queste tragedie che la attira, un eccesso di vita?
"Da Edipo in poi, credo che la condizione dell’uomo si trovi ad affrontare temi simili. E’ la condizione in cui si trova gran parte di noi, ma è soprattutto il riflesso della mia generazione. Le opere più valide, al cinema, teatro e letteratura, sono quelle in cui una persona comune è in una situazione difficile. Sono un americano e mi piace immergere i miei protagonisti tra dramma e commedia".
Ha scelto di girare questo film per l’ambientazione del romanzo di Kaui Hart Hemmings: come è stato girare alle Hawaii?
"Sapevo già che sarebbe stato bello lavorare otto mesi immerso in quel panorama, tra la natura rigogliosa e il Pacifico. Si tratta di una piccola nazione ‘sui generis’ che mi ha incuriosito per il tessuto sociale e culturale: gli hawaiani vivono lontani dalla terraferma, proprio in mezzo al mare. Ma ciascuno dei milleduecento ‘nativi’ è cosciente dei suoi antenati e consapevole delle proprie radici, della sua discendenza. Quello che mi è piaciuto di più è stata la commistione tra il provincialismo degli abitanti e i turisti".
Sarà un caso, ma con lei le star danno il meglio sfoderando un talento speciale: come lavora sugli attori?
"Semplice, loro collaborano con me per fare un film vero, senza glamour, ed io lavoro con loro come se fossero attori normali. Così vince la qualità del realismo. Eppure l’aspetto del gossip è quello che interessa di più i giornalisti: dall’ultima fidanzata di Clooney al perché non vuole più sposarsi; dal sopracciglio alzato di Nicholson al fatto che recita con un’attrice della sua stessa età. Io mi dimentico che sono delle star, me ne ricordo durante la promozione del film. Se accettano, sono consapevoli che la qualità che cerco è la verità. Questo è il cinema che faccio".
Le piace l’etichetta di regista moderno dallo stile classico?
"Sì, adoro la narrazione classica e sono orgoglioso della definizione perché ciascuno di noi ama un particolare genere di film e ciascuno preferisce il suo stile, chi il godardiano, chi il surrealista, etc. Ciò che conta è la sincerità di adottare uno stile. Il cinema che preferisco? Quello classico anni ’20 e ’30, ma mi fermo agli anni ’80, da lì in poi mi piace meno".
Cosa ama dei ’classici’ europei?
"Soprattutto l’aspetto umano dello script e la recitazione degli attori. La mia aspirazione, però, è cimentarmi con film diversi: non voglio relegarmi, e credo che ogni storia imponga lo stile in cui questa debba essere raccontata".
Un tema del film è l’eutanasia: qual è la sua opinione?
"Mi sorprende che in Italia mi facciate ancora questa domanda, immaginavo che nel vostro Paese la discussione sul testamento biologico fosse arrivata al livello degli Stati Uniti. Una persona allo stato vegetativo, se lo ha preventivamente stabilito, può chiedere che gli venga staccata la spina. Voi che ne pensate? Io rispondo con un aneddoto: almeno una volta al mese incontro qualcuno che mi dice: se dovessi trovarmi in quella situazione, sparami"!
Inevitabile, oggi, chiederle un ricordo di Theo Angelopoulos
"Il grande Akira Kurosawa diceva: spero di morire durante la lavorazione di un film. Ecco, nonostante la tragedia, Theo è morto mentre stava girando un film. Di lui ho un bellissimo ricordo, lo incontrai al Festival di Salonicco e mi fece i complimenti per Sideways. Poi aggiunse tenero: sei come Kazan e Cassavettes, continua a fare cinema e un giorno magari vedrò il tuo nome accanto ai loro".
Sappiamo che ieri ha visitato gli Studios e ha incontrato gli studenti del Nuct: le piacerebbe girare sul set di Fellini?
"Caspita (sorride, ndr), sarebbe un sogno girare un film a Cinecittà. Ovviamente la mia risposta è sì".
A che sapore associa gli Oscar e, se lei venisse escluso, su chi punterebbe?
Il mio preferito è il film iraniano Una separazione, che avrei candidato come miglior film. Spero che vinca la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, almeno. Il sapore dell’Oscar? Strana domanda... metallico!"