“Non sappiamo come vendere un film come questo” gli ripetevano. E se non si vende non si fa. Le leggi a Hollywood sono chiare. Un film con soli neri e dal mega budget non è un affare. Infatti ci ha messo (tutto di suo) ben 58 milioni di dollari George Lucas (Foto n. 2 e 3) per realizzare questo Red Tails (dal 20 nelle sale USA e da noi ancora ad uscita indefinita), storia tutta ispirata alle gesta della prima unità aerea americana durante la seconda guerra mondiale formata da soli neri. Il film che presto comincerà la fotografia principale in Europa è diretto da Anthony Hemingway e scritto da John Ridley.
Nel film tra gli altri Cuba Gooding Jr., Terrence Howard, Bryan Cranston, Nate Parker e David Oyelow. Un film come una tappa della vita. E non solo professionale. Nel senso che Lucas che con questo film sembra arrivato a un capolinea. O,almeno, così lui oggi dichiara: "Sto per andare in pensione. Sto abbandonando il business, da parte della società, e questo genere di cose", E il suo partner di sempre in Lucasfilm, Rick McCallum, ha aggiunto che “dopo Red Tails George ha fatto tutto quello che ha sempre voluto fare. Red Tails è l’ultimo di tutti i film che ha mai voluto fare. Ha cominciato a 23 anni a lavorare su Red Tails e ora ha adempiuto il suo lavoro. Ha fatto tutto quello che in realtà ha voluto e programmato di fare".
Ma non è questo che conta. Di grandi addii annunciati e ritirati è piena ogni ribalta. A contare è il percorso. Come sempre.
A fare la differenza sono i vent’anni che sono serviti a Lucas per realizzare questo film che per lui era prima di tutto il racconto di combattimenti aerei e action nei cieli prima ancora che storia di piloti che diedero tutto all’America ma che, per la loro pelle scura, non ricevettero neppure un “grazie”.
Perchè stare una vita dietro a questa storia? Lui lo ha raccontato così: “Ho cominciato a scriverlo molti anni fa ma ciò che è venuto fuori era molto simile a Star Wars ed era troppo grande per stare in un film solo. C’era la storia di come i protagonisti venivano addestrati al Tuskegee (Istituto in Alabama), e di come Eleonor Roosevelt divenne la loro campionessa. Poi c’era il film di guerra che inizialmente aveva sollevato il mio interesse. E poi c’era la straordinaria saga dell’inizio della battaglia per i diritti civili dopo la guerra. Per 20 anni ci ho lavorato non riuscendo a inserire tutto in uno script, il che significa lasciar fuori molte cose che si amano e puntare di più sulla storia di guerra lasciando indietro il resto”.
Insomma quello di oggi è un traguardo ma quella dei finanziamenti e degli ostacoli esterni incontrati è ancora un’altra storia. Il fatto è che inizialmente, prima che le sue fortune lievitassero, George Lucas aiuto lo aveva chiesto. Aveva incontrato responsabili di grossi Studios ma nessuno di loro era disposto ad aiutarlo per il fatto, appunto, che non sembrava un film vendibile. Dopo l’uscita (e il box office) de L’Impero colpisce ancora Lucas capisce, però, che può farlo da solo. E che è meglio così.
Per ovvie ragioni: “Non ho bisogno di uno studio che mi dica cosa fare, selezionare per me il film da realizzare, costringermi a cambiarlo e a rimontarlo. Se devo vivere o morire per i miei film, voglio avere la possibilità di dire: si, era un film terribile, ho fatto un errore, scusate. Non voglio dire che avevo fatto un grande film ma gli altri me lo hanno distrutto”.
Non fa una piega, a patto di poter economicamente permetterselo. E chi se non George Lucas poteva farlo?