Niente sconti al revisionismo storico, almeno dal punto di vista cinefilo, per l’organizzazione che nel secolo scorso si poneva come fronte avanzato dell’esercito popolare. “Passare dalla forza della ragione alle ragioni della forza” - ergo lotta armata - è uno degli aforismi che per oltre un decennio ha sostenuto l’impalcatura di Prima Linea, il gruppo eversivo più grande dopo le Brigate rosse, fondato da Sergio Segio nella seconda metà degli anni Settanta e responsabile di ventitré uccisioni nel nostro Paese. Ventitré morti ammazzati. Un prezzo alto, un dazio necessario dal punto di vista dei militanti che all’epoca ritenevano imprescindibile l’uso delle armi in nome della loro utopica rivoluzione. Una storia inedita per il cinema, che finora ha concentrato il grumo degli anni di piombo attorno ad un’unica, tragica vicenda. Quella del rapimento e dell’uccisione dello statista democristiano Aldo Moro che segnò in modo indelebile la coscienza di un’intera nazione.
Ora, questa profonda lacuna storico-politica viene colmata dal film di Renato De Maria, La prima linea, ottimamente interpretato da Riccardo Scamarcio (che veste i panni di Sergio Segio) e da Giovanna Mezzogiorno (nel ruolo dell’amata compagna Susanna Ronconi), film che la Lucky Red di Andrea Occhipinti distribuirà dal 20 novembre nelle sale italiane, rinunciando al contributo statale.
Passato al Toronto International Film Festival, e prodotto dai cineasti belgi Jean Luc e Pierre Dardenne, La prima linea è tratto dal libro di Sergio Segio La miccia corta (Edizioni Deriveapprodi) in cui il militante racconta una stagione convulsa in cui alla lotta operaia e alle stragi compiute dalla destra armata, foraggiate dagli apparati deviati dello Stato, si intersecò la trama eversiva di Prima Linea. Una stagione di sangue scandita da rivendicazioni, assalti, attentati incendiari e gambizzazioni. Fino ai primi omicidi, come quello compiuto sull’agente di custodia del carcere di Torino Giuseppe Lo Russo freddato il 19 gennaio del ’79, all’uccisione del sostituto procuratore della Repubblica Emilio Alessandrini, avvenuta per mano dello stesso Segio, il 29 gennaio sempre del ‘79 a Milano.
Il film getta uno sguardo analitico su un periodo complesso e pieno di tensioni sociali che sarebbe stato difficile da riassumere se il regista, e con lui i co-sceneggiatori (Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile) non si fossero soffermati su un episodio cardine della storia politica e personale di Segio, cioè il piano rocambolesco, ordito con la complicità di alcuni fedelissimi militanti, per far evadere dal carcere di Rovigo Susanna, l’unica ragione di vita di Segio: compagna di scelte politiche estreme e radicali.
Attraverso una serie di flashback in cui il fondatore di Prima Linea rievoca la nascita del movimento ed il successivo passaggio alla clandestinità, che raggiunse il suo apice con la lotta armata, il film mostra da un lato la testarda ostinazione di alcuni militanti che passarono dagli slogan sparati nei megafoni lungo i cortei all’uso dei fucili mitragliatori (“pagherete caro, pagherete tutto: lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”) e dall’altra, la definitiva presa di coscienza del fallimento di un’ideologia: “eravamo fuori dal tempo, avevamo scambiato il tramonto per l’alba” confesserà Scamarcio-Segio in una toccante sequenza in soggettiva, ripresa dietro le sbarre del carcere, dopo l’arresto avvenuto il 15 gennaio dell’83.
Il film si sviluppa su diversi piani narrativi, passando dai flashback di Segio relativi alla love story con Susanna, alla pianificazione del sanguinoso assalto al carcere di Rovigo fino alla conseguente deriva ideologica di Prima Linea. Nel mezzo, brillano stralci di documenti d’epoca inerenti alle stragi che insanguinarono il nostro Paese: dalla bomba di piazza Fontana (Milano, dicembre ’69) con i suoi 17 morti, alla manifestazione di piazza della Loggia (Brescia, maggio ’74) dove l’esplosione di un ordigno uccise dodici persone, passando per l’Italicus (agosto ’74). Stragismo italiano, di destra e di sinistra, che copre l’arco temporale di un ventennio coinvolgendo all’incirca ventimila persone.
Numeri che mettono ancora i brividi. “Siete la prima linea di un corteo che non c’è più” è la frase lapidaria con cui l’amico ex militante Piero (interpretato da Lino Guanciale) cerca di convincere Segio a desistere dalla lotta armata la sera in cui l’estremista torna nella natia Torino (la Stalingrado d’Italia) per incontrare i genitori. Una sera che segnerà la sua vita per sempre, e lo spingerà a prendere atto della sconfitta.
Loden blu, barba alla Che Guevara, sguardo di cenere, Riccardo Scamarcio è notevole nella sua interpretazione dell’ideologo che, conscio dello stato agonizzante delle organizzazioni eversive, nell’agosto del 1980 fuoriesce da Prima Linea insieme con altri militanti.
“Per entrare nel personaggio sono partito da un’intervista fatta a Segio da Sergio Zavoli in La notte della Repubblica, dove ho visto una sorta di implosione: un uomo ricurvo, che parlava con toni pacati. Sensazione che ho provato anche in seguito, quando ho incontrato Segio faccia a faccia - dice Riccardo Scamarcio, perfetto nella recitazione misurata di un uomo dal sangue freddo e il tono di voce sempre pacato - questa implosione è stata la chiave per rappresentare il personaggio di quel momento, perché Segio oggi è un uomo diverso”.
Nei titoli di coda del film, si legge infatti che sia il fondatore di Prima Linea che Susanna Ronconi oggi si dedicano al volontariato.
“Non è stato facile interpretare una donna come lei - dichiara invece Giovanna Mezzogiorno, magnifica passionaria dal credo politico incrollabile - nel passato recente al cinema ho visto interpretazioni di terroristi poco interessanti, resi come delle maschere da attori che li hanno umanizzati fin troppo o eccessivamente duri. Io sullo schermo volevo somigliare alla vera Susanna, una donna coerente e spietata, determinata a credere alla sua ideologia fino in fondo. Lei infatti non si è mai dissociata da Prima Linea".
"Da dove nasce il fallimento di questo movimento? Credo, dalla totale estraneità che i militanti avevano col mondo: erano incapaci di relazionarsi al di là del loro nucleo, e così facendo creavano una trincea invalicabile tra loro e la società. Era come se le loro coscienze fossero isolate da camere d’aria, le loro emotività bloccate dal muro ideologico”.
Dello stesso avviso il regista Renato De Maria, che a tal proposito aggiunge: “Entrando in clandestinità, con la lotta armata, questi giovani si sono separati da tutto ed hanno coltivato una visione paranoica dello scontro frontale con lo Stato. Vedevano il mondo sempre separato da qualcosa, una finestra, una cabina telefonica, il vetro di una macchina. Nel film, che ho fatto soprattutto con l’intento di voler capire come e cosa successe in quegli anni, ho raccontato anche visivamente questa separazione che coinvolse questi ragazzi anche a livello sentimentale. La cosa è piaciuta ai fratelli Dardenne, che poi hanno deciso di aderire al progetto”.
Assolutamente da vedere per sapere (per chi non ha vissuto quegli anni) almeno in parte, cercare di capire il senso di azioni che senso non ne hanno e, comunque, non dimenticare.
Nelle sale dal 20 novembre distribuito da Lucky Red in 160 copie.
Le frasi:
* “Ogni morte oggi mi sembra solo una morte privata e mi assumo la responsabilità giuridica, politica e morale dei miei atti”
* “E’ giusto rinunciare alla propria umanità per inseguire un mondo migliore?”
Note:
* Il film, naturalmente, sta già scaldando le anime da una parte e dall’altra. Se i parenti delle vittime del terrorismo, in particolare, sono insorti contro la concessione dei fondi pubblici da parte del Ministero dei Beni Culturali - alla fine rifiutati dalla Lucky Red - ed alcuni ritengono che il film non abbia avuto abbastanza coraggio; non è da meno Sergio Segio - dal cui libro è stato tratta la sceneggiatura - che nella nuova prefazione del volume ha sconfessato totalmente l’opera di De Maria definendola "maccartista, addomesticata, orfana di padre e madre, senza riferimenti alla rottura rivoluzionaria ed al movimento del ’77".