In un affollato incontro con la stampa italiana il cinquantaduenne attore inglese - mancato ingegnere elettronico - che da sempre veste i panni di quel Mr. Bean amato da grandi e piccini ha risposto con il suo aplomb britannico alle domande impertinenti dei giornalisti accorsi e che si sono trovati davanti un piacevole signore elegante e disponibile, molto british ma senza esagerazione, lontano anni luce dal suo personaggio e sicuramente più bello. La giornata romana di Rowan Atkinson si è conclusa in serata al Warner Moderno dove ha presenziato alla gremitissima anteprima di Mr. Bean’s Holiday che sarà nelle sale a partire da venerdì prossimo targato Universal. Ad attendere il divo Bean, davanti al cinema, sabbia e ombrelloni come in spiaggia e tanti gadgets per tutti.
Mr. Atkinson, cosa l’ha spinta, 10 anni dopo “Mr. Bean–L’ultima catastrofe” a girare un sequel?
“Mah, di solito i sequel si fanno dopo due anni. Noi l’abbiamo fatto dopo 10. Quindi non credo si tratti proprio di un sequel… Infatti non si chiama Mr. Bean - L’ultima catastrofe 2”.
Che ruolo ha avuto nella stesura della sceneggiatura su cui si regge “Mr Bean’s Holiday”?
“Beh, devo dire che ne ho seguito tutte le fasi produttive. Ed ho partecipato alla stesura della sceneggiatura fin dall’inizio. Certamente io non sono uno scrittore ma conosco bene Mr. Bean… posso anzi dire di esserne un esperto! E’ stato quindi naturale che suggerissi allo sceneggiatore che cosa si adattasse bene a lui, cosa Mr. Bean avrebbe fatto e cosa avrebbe trovato meno naturale. E poi, durante tutto il processo di scrittura abbiamo testato, scena per scena, se la storia ‘reggesse’, se funzionasse. Ricordo che all’inizio avevamo solo una frase su cui lavorare: Mr. Bean va in vacanza. E da lì siamo partiti chiedendoci: Dove?, Come?… e così via”.
Il film è stato girato in Francia. E’ stata per caso un’occasione per ispirarsi al grande Jacques Tati? E ancora, quali aggettivi userebbe per sintetizzare Mr Bean?
"Io ho conosciuto Jacque Tati quando avevo 17 anni ed ero responsabile della cineteca della scuola che frequentavo. E’ li’ che ho visto per la prima volta Le vacanze di Monsieur Hulot. E’ stato per me un’illuminazione. Ad ogni modo Mr. Bean non è la copia di nessuno, è un mondo a sé stante. Lui è egoista, infantile, a volte cinico e, come i bambini, gli piace stare al centro dell’attenzione”.
Alla luce del fenomeno “Borat”, cosa ne pensa del rapporto tra comicità e ciò che è politicamente scorretto?
“A me è piaciuto molto Borat. L’attore che lo impersonifica (Sacha Baron Cohen, ndr) è riuscito davvero ad entrare nella pelle del suo personaggio. Proprio perché la sua vera personalità è ben diversa da quella di Borat, è riuscito a trasmettere una grande fisicità al suo personaggio. Personalmente ho sempre preferito la comicità con i personaggi rispetto a quella classica. E tornando a Mr. Bean, lui ha una comicità sempre contemporanea: è come un bambino di 10 anni, dotato di un’infantilità ‘universale’. Non gli interessa né la politica, né il sociale, né tanto meno entrare nella sfera intellettuale. Io preferisce comunicare con le immagini piuttosto che con le parole. Insomma, Mr. Bean andrebbe bene in qualunque epoca, dagli anni ’50 ai ’70 e ’90, fino al 2020”.
Ma lei si è mai sentito prigioniero del ruolo di Mr Bean?
“Assolutamente no. Non mi sento neanche superato né guidato dalla sua popolarità. Lui è un personaggio veramente divertente di cui riesco facilmente a vestire e a svestire i panni. Inoltre, soprattutto in Inghilterra, a differenza che all’estero, ho avuto la possibilità di farmi conoscere anche per altre interpretazioni”.
Che rapporto ha Mr. Bean con le donne?
"Posso dirvi solo che due anni fa il titolo provvisorio di questo film era Il Signore e la Signora Bean. Alla fine però lo abbiamo abbandonato perché in giro ci sono già abbastanza commedie romantiche. E poi non scordiamoci che Mr. Bean è un bambino. E i bambini non si sposano!”.
Lei ha rispolverato in qualche modo il cinema muto (quello di Chaplin, Keaton, etc…). Si è ispirato a qualche pellicola?
“In realtà ho visto veramente poco della cinematografia muta americana. Gli unici film che ho avuto modo di guardare sono quelli di Charlie Chaplin e Stanlio e Ollio. Non mi è mai capitato di vedere una pellicola di Buster Keaton. Però, come già detto, ho invece avuto modo di apprezzare l’humour delicato, visuale e con il passo a tratti ‘lento’ di Jacques Tati. Anche se in Mr Bean’s Holiday, il passo si fa più veloce, quello che ho imparato da Tati è che nella commedia ciò che conta non è il tempo con cui fai le battute, ma il ritmo generale del racconto”.
Senta, ma è vero che questa sarà la sua ultima interpretazione di Mr Bean?
“Mai dire mai! Voglio solo dire che, al momento, non ho intenzione di fare né televisione, né cinema con Mr. Bean”.
Questo però lo dicevo anche 10 anni fa…
“No, la verità è che Bean è un personaggio molto ‘faticoso’ da interpretare. La sua gestualità, le sue movenze, il suo ritmo, richiedono molto energia per farlo esprimere al meglio. Ed io personalmente ho faticato molto di più rispetto a 10 anni fa per riportarlo in scena. E col tempo, senza dubbio la cosa peggiorerà… Ecco perché, forse, non lo farò più… Forse…”.