“Ci si addolora a vivere in un paese in cui accadono certe cose - spiega Francesca Comencini difendendo il suo film dai fischi - ed è da questo sentimento che nasce A casa nostra”.
Fari puntati sull’Italia di oggi - quel belpaese in cui il denaro (illecito) scorre a fiumi corrompendo una moltitudine di anime, le intercettazioni telefoniche si moltiplicano, gli scandali finanziari sono all’ordine del giorno, e la condizione femminile meriterebbe più del semplice sdegno – e fischi in sala, da parte della stampa, durante i titoli di coda del terzo ed ultimo film italiano in concorso alla Festa del Cinema, A casa nostra, di Francesca Comencini. Opera pregevole per il tema trattato, meno sullo sviluppo, perché il film incede nella lentezza e nella confusione, insistendo su una morale di fondo (il giustizialismo di parte e il finale consolatorio con la nascita del bambino) che non rende merito alla regista del documentario su Carlo Giuliani e di Mobbing-Mi piace lavorare.
Scritto dalla Comencini, che l’ha sceneggiato a quattro mani con Franco Bernini e la consulenza di Gianni Barbacetto, e simile per sviluppo narrativo a Crash di Paul Higgis, la storia intreccia le vicende di personaggi diversi che si muovono in una Milano ancora da bere, priva di nebbia e ricca di contaminazioni, dove il denaro (rubato, esibito, nascosto) circola da una mano all’altra. E da una storia all’altra. I titoli di testa introducono la sequenza di un pranzo di lavoro in cui grava l’ombra di insider trading: un banchiere affermato (Luca Zingaretti) opera in maniera illecita con un fantomatico presidente di partito (Bebo Storti). Entrambi sanno di avere il telefono e gli uffici sotto controllo perciò parlano in codice. Il capitano della Guardia di Finanza (Valeria Golino), è la donna che caparbiamente segue l’indagine e cerca di incastrare il banchiere.
Attorno a queste figure di spicco ruotano tutti gli altri personaggi: una modella insoddisfatta (Laura Chiatti) amante del banchiere, un addetto di supermercato (Luca Argentero) che tradisce la moglie infermiera (Valentina Lodovini), un benzinaio con precedenti penali (Giuseppe Battiston) innamorato di una prostituta dell’est incinta (Cristina Suciu), una coppia d’annata (composta da Teco Celio e Teresa Giuditta Acerbis) e un trentenne che non vuole impegnarsi affettivamente (Fabio Ghidoni). Uniti dalla sete di denaro, e dalla voglia di amare, i personaggi di questo film sfiorano la vita e la morte ritrovandosi, alla fine nello stesso identico punto. L’ospedale, luogo in cui si amministra la vita e la morte. Tutt’intorno, Milano guarda assorta.
Francesca Comencini, perché ha scelto di ambientare questa storia corale proprio a Milano?
“La mia prima idea è stata quella di fare un film che ruotasse intorno al tema del denaro. Milano è stata la soluzione naturale, è una città che vive di finanza e grandi banche. Nonostante sia molto presente nella vita di questo paese, il capoluogo lombardo è poco presente nel cinema. Questo è stato l’altro motivo che mi ha portato a filmare questa città”.
Quanto c’è di reale nello script?
“Mi sono avvalsa della consulenza di Barbacetto per la stesura del soggetto. Nello script, pur essendo tutto reale, non c’è nulla di realistico. Ogni riferimento a Ricucci e Fiorani, perciò, è puramente casuale perché si tratta di scandali scoppiati a sceneggiatura finita”.
La circolarità della storia e il flusso di denaro sono elementi che rimandano alla cinematografia di Altman ("America oggi"): cosa può dirci sulla costruzione del film?
“Il film ha questa struttura drammaturgica che doveva rimandare all’oggetto descritto: il denaro e i suoi flussi illeciti. I soldi che nel nostro paese vanno e vengono in maniera truccata hanno un potere enorme in Italia. C’è chi si indigna e chi si interroga su questo, ma prendere atto di ciò provoca un grande dolore. Per me era prioritario raccontare il belpaese”.
Questo ha a che fare con la frase della Golino, nel faccia a faccia col banchiere Zingaretti, quando afferma “questa è anche casa nostra”: è un momento palpabile di indignazione del film, non sarebbe stato giusto affrontare il momento con meno timidezza?
“In altri tempi era più facile schierarsi e raccontare questo paese, che ha cambiato faccia anche antropologicamente. Il mio film è un tentativo di comprendere, prima che di schierarmi. Ho cercato di filmare le zone d’ombra dell’Italia perché dobbiamo renderci conto che l’onda che ci ha travolti ci impedisce di trovare le giuste coordinate. Il problema riguarda tutti. Oggi è difficile fare film con delle certezze, la storia racconta realtà sfuggenti, potenti e prepotenti. Ma, ripeto, è anche casa nostra”.
Dopo un film sul tema del mobbing, perché far coincidere quello dei flussi illeciti di denaro con le intercettazioni e la brutta condizione della situazione femminile?
“Il denaro e le intercettazioni sono il corollario di un momento di disprezzo verso le donne. Ho voluto raccontare a modo mio questa indignazione perché trovo l’immagine della femminilità piuttosto scadente. Quando ero ragazza io, negli anni Settanta, era diverso da oggi: credo che le donne abbiano fatto molti passi indietro”.
Non pensa di aver perso un’occasione di denuncia forte della situazione femminile?
“In realtà no, perché tutti i protagonisti del film vivono una vita e ne sognano un’altra. La vita che tutti sogniamo di vivere in realtà è da un’altra parte”.
Cosa risponde a chi ha fischiato il suo film?
“Non sapevo nulla dei fischi. Ritengo di aver fatto un bel film e non mi sento di fare pubblica autocritica. Ma non li leggete i giornali? Ogni giorno scoppia uno scandalo finanziario. Il film parla di questo, succede nel nostro paese, qui a casa nostra. Ed è un argomento che non si può tacere”.
Il film uscirà nelle sale il 3 novembre distribuito da 01.
Note:
* Film realizzato con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale Cinema.