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mercoledì 11 ottobre 2006
di Silvia Di Paola
Il ’senso della vita’ di Russel Crowe
L’attore in vacanza in Europa si ferma a Roma per presentare “Un amore per caso” di Ridley Scott
Da bambino voleva diventare un giocatore di poker o un comico, da grande è diventato uno squalo. Uno di quei cinici per vocazione, un banchiere esperto in transazioni finanziarie per cui “vacanza significa morte”, l’evasione non esiste, il piacere è solo un lusso fuggevole. E infatti, la sua poltrona se l’è accaparrata rubandola al suo capo la prima volta che, dopo anni, il poveretto si è avventurato in vacanza. Si chiama Max, ha la faccia di Russel Crowe, ha perso i genitori da piccolissimo

Da bambino voleva diventare un giocatore di poker o un comico, da grande è diventato uno squalo. Uno di quei cinici per vocazione, un banchiere esperto in transazioni finanziarie per cui “vacanza significa morte”, l’evasione non esiste, il piacere è solo un lusso fuggevole. E infatti, la sua poltrona se l’è accaparrata rubandola al suo capo la prima volta che, dopo anni, il poveretto si è avventurato in vacanza. Si chiama Max, ha la faccia di Russel Crowe, ha perso i genitori da piccolissimo, è stato allevato in uno splendido fazzoletto di terra di Provenza da uno zio vignaiolo per passione, poi è andato a Londra e da allora lo zio lo ha dimenticato, per sempre, sino alla sua morte. Anzi, sino a quando gli eventi non lo hanno costretto in quella tenuta abbandonata, praticamente un pozzo da cui uscirà molto cambiato. Pozzo, precipizio, trampolino melmoso (come quello che letteralmente trascina nel fondo vuoto della piscina il banchiere intanto reclamato a Londra dove potrebbe perdere un affare imperdibile), regressivo paesaggio come tanti, visti al cinema milioni di volte e sfruttati, troppo spesso, nello stesso modo da Ridley Scott (Foto 3, insieme a Russel Crowe) in questo A Good Year-Un amore per caso, basato sull’omonimo romanzo di Peter Mayle. Una prolissa storia di rinascita in cui latitano ritmo e idee e tutto scorre come il più tremendo dei fiumi tranquilli, senza scosse e sorprese, prevedibile ad ogni pietra, ad ogni laterale rigagnolo, ad ogni scroscio, mentre sfondo e scenari si tinteggiano manicheisticamente con l’accetta di chi è certo che il vero senso della vita non possa che stare lì in una Provenza quasi inventata dove il mondo sembra essersi fermato, magari appena ad un passo dall’inferno frenetico della Londra urbana.

E’ davvero qui il senso della vita per Russel Crowe?
Negli ultimi anni il senso della vita lo cerco nella mia famiglia, nei miei figli: c’è stato un momento in cui ero talmente preso dal lavoro da non veder nient’altro se non il desiderio di fare tutto e tutto tentare, oggi posso permettermi più pazienza, tranquillità, il gusto del saper aspettare, un approccio che ti dà delle possibilità del tutto nuove, una prospettiva sul mondo che è molto cambiata ma a 42 anni può essere diversamente?”.

Anche Crowe, insomma, non ha dubbi. E, infatti, con Ridley Scott (che ormai sembra un altro regista e non certo quello che esordì con I duellanti) condivide l’approccio a quasi tutto. Come oggi, a Roma per la presentazione di questo lungometraggio che Medusa distribuirà a Natale, racconta: “Con Scott condividiamo molte cose e il modo di ridere e divertirci. A questo film pensavamo già dai tempi del Gladiatore, all’epoca lui lo chiamava ‘il progetto del vino’. Così ho accettato di farlo, anche perché mi piace cambiare e qui ho cercato dei tempi comici nuovi e mi piace imbattermi in personaggi nuovi e nuovo è questo cinico uomo d’affari che fa una ricerca all’incontrario: non verso il successo che lui ha già, ma verso una vita migliore, magari lontano dal successo. Anche se lui, alla fine, resta un privilegiato, uno che ha capito quali sono le vere cose che contano nella vita e che non sono certo i soldi. In questo senso, il film può sembrare una commedia romantica ma è molto di più perché spinge lo spettatore a porsi delle domande sul senso della vita”.

Così parla il più pacato del solito Russel che col vino ha “un rapporto inclusivo e disponibile”, che non si vergogna a dire che preferisce “i vini bianchi della Nuova Zelanda a tutti i rossi, italiani o francesi che siano”, che confessa di avere avuto anche lui “uno zio come quello del film che mi ha insegnato e segnato” e che sottolinea “l’enorme contributo dato nel costruire il personaggio e soprattutto nel dargli tanta umanità. Anche qui, come per Il Gladiatore, siamo partiti da poche pagine (solo ventiquattro) di copione, poi io gli ho suggerito molte cose perché io amo dare la mia vitalità ai personaggi che interpreto e, in questo senso, siamo con Ridley sulla stessa lunghezza d’onda”.

E lo sarebbe anche nei panni di un altro “Gladiatore”?
In realtà ne parlo solo alle conferenze stampa. Per il resto io e Ridley non ne parliamo mai; ma forse se non avessimo così tante cose da fare - tra non molto mi vedrete nei panni di poliziotto preveggente dell’America fine anni Sessanta e all’inseguimento di uno spacciatore di eroina col volto di Denzel Washington - e se ci fossero le condizioni, anche economiche, si potrebbe parlare di un Gladiatore 2 che non sarebbe un prequel ma, in qualche modo, un sequel. Anche se in quel film il tema era la morte, la vendetta di un uomo che, comunque, doveva morire per ricongiungersi con la moglie morta. Dunque mi si dovrebbe resuscitare; ma ciò non è un problema insormontabile a Hollywood e magari sarebbe un’esperienza interessante”.


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Foto Uff. Stampa LucheriniPignatelliRusso

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