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venerdì 16 settembre 2022
di Claudio Fontanini
L’IMMENSITA’
Una ragazzina in cerca d’identità nel film autobiografico di Crialese
Brutta bestia il film autobiografico. Autori valorosi ed impegnati ci si sono incagliati non riuscendo a trovare la giusta distanza emotiva e lo stile da impiegare. Sognato da una vita, esorcizzato e rimandato nel tempo, L’immensità (la canzone di Don Backy risuona sui titoli di coda) mette alla prova con se stesso Emanuele Crialese
Brutta bestia il film autobiografico. Autori valorosi ed impegnati ci si sono incagliati non riuscendo a trovare la giusta distanza emotiva e lo stile da impiegare. Sognato da una vita, esorcizzato e rimandato nel tempo, L’immensità (la canzone di Don Backy risuona sui titoli di coda) mette alla prova con se stesso Emanuele Crialese

Tornato dietro la macchina da presa per l’occasione (a 11 anni da Terraferma, il suo ultimo film), il regista romano mette in scena i bisogni e gli stati d’anima di una ragazzina di 12 anni che si sente un maschio e vive sulla sua pelle il disagio familiare fatto di incomprensioni e facciate borghesi che traspirano indifferenza. 

E così mentre mamma e papà litigano (Penelope Cruz e Vincenzo Amato) e i due fratellini passano le giornate tra giochi e ripicche, Adriana (che si fa chiamare Andrea) si sente un’aliena e attende segnali dallo spazio (bella scena iniziale). Vengo da un’altra galassia e tu non hai poteri per aggiustami confida alla madre sull’orlo dell’esaurimento nervoso (siamo negli anni ’70, lei vorrebbe la separazione ma il marito ipocrita e bigotto è contrario) mentre oltre il canneto davanti la bella casa romana si affaccia una comunità di operai nelle baracche e lo sguardo incantato di una coetanea che sogna di fare la danzatrice. 

Mentre la tv in bianco e nero rimanda le canzoni di Celentano, Patty Pravo e Dorelli e i balletti della Carrà (che Crialese coreografa con insistenza) a ricordarci che l’arte può salvare la vita in questo film sin troppo studiato e recitato per emozionare davvero. 

Giocato su linee di confine esistenziali e nascoste (la metafora del nucleo della cellula), L’immensità, a ben vedere, tratta di temi cari al regista e già ampiamente trattati in altri film (su tutti il magnifico Respiro con la Golino che sembra una parente stretta della Cruz) con bel altri esiti. 

Qui invece tra attacchi d’asma e indigestioni di ostie rubate in chiesa, amplessi negati e corse con urlo, gite in barca, prove di coraggio e labirinti dove nascondersi, si fa strada un tono grave e spesso ridondante che si serve dell’abuso dei primi piani per affidarsi alle magnifiche prove attoriali (lodi all’esordiente Luana Giuliani) più che ad un andamento narrativo schematico e sin troppo prevedibile. Né melodramma alla Ozpetek, né colorato e  fiammeggiante inventario di ricordi alla Almodóvar, L’immensità (passato in concorso a Venezia) si rivela alla fine un’occasione mancata. Più per pudore, forse, che per reali intenzioni.               


In sala dal 15 settembre distribuito da Warner Bros   


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