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lunedì 22 novembre 2021
di Claudio Fontanini
E’ STATA LA MANO DI DIO
Lo sfrenato e commovente Amarcord napoletano di Sorrentino candidato all’Oscar
Nuovo cinema Sorrentino. Prima o poi col film autobiografico un grande autore deve fare i conti e nelle secche della creatività di questo genere sono già caduti in molti. Per pudore o troppa enfasi. Nel caso di E’ stata la mano di Dio invece ecco che come per incanto il cinema spesso sovraccarico e simbolico del premio Oscar acquista improvvisamente calore e umanità, sentimento e passione. 

Leone d’Argento e premio Mastroianni a Filippo Scotti come miglior attore emergente alla 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, candidato a 3 premi Efa (film, regia e sceneggiatura) e rappresentante italiano ai prossimi Oscar, il nuovo film del regista partenopeo è una lirica familiare vista attraverso gli occhi di un diciassettenne nella tumultuosa Napoli degli anni ’80 che fantastica sull’arrivo in città di Diego Maradona

Tra vissuto e immaginato (si veda il meraviglioso piano sequenza aereo iniziale che atterra sul lungomare) un racconto personale fatto di scoperte ed incontri che colorano ed illuminano un mondo e un’epoca. Un film diviso in due, come l’anima di Sorrentino (che sullo schermo diventa Fabietto Schisa) costretta a sopportare il dolore più grande, la perdita dei genitori (i sensazionali Toni Servillo e Teresa Saponangelo) e a reinventare la vita depurandola da una realtà scadente. 

Con quel non me li hanno fatti vedere (da morti, all’ospedale) che diventa il filo rosso di una creatività che cura e pacifica, sostiene e mette in contatto con chi non c’è più. Sfrenato, divertentissimo e affollato di personaggi nella prima parte piena di scherzi e gioia di vivere, E’ stata la mano di Dio (un titolo metaforico che fa riferimento alla morte scampata dal regista grazie al Napoli di Maradona) piomba in un cupo e raggelante dramma nella seconda, la meno convincente, quella dei dialoghi severi e della consapevolezza che nulla sarà più come prima (Non potrò più essere felice). 

Ed ecco un San Gennaro in Rolls Royce (Enzo Decaro) che promette miracoli e la scuola dei Salesiani con quelle partite a pallone da spettatore al centro del campo, il fratello  aspirante attore (Marlon Joubert) e una sorella perennemente chiusa in bagno, un padre e una madre affettuosi e civettuoli che nascondono segreti e una zia procace e pazza (Luisa Ranieri alla sua migliore interpretazione), le tavolate in famiglia con gli scherzi di dubbio gusto (irresistibile il plotone d’esecuzione parentale in attesa del nuovo fidanzato della zia chiattona e zitella e speriamo che i censori del politicamente corretto non rimangano offesi) e i compleanni a zuppa di latte, i vicini tirolesi e una cinica baronessa al piano di sopra (la magnifica Betti Pedrazzi) che gli insegnerà come ricompensa i piaceri del sesso in modo inatteso. 

E poi ancora provini felliniani e contrabbandieri in motoscafo che battono la bandiera della libertà, un goal di mano come un atto politico e un telecomando comunista (Siamo onesti a livello interiore dice Servillo mentre cambia i canali con un bastone dal divano), la videocassetta di C’era una volta in America come salvavita e l’apparizione di Antonio Capuano (Ciro Capano), il talentuoso ed eccentrico regista napoletano che instraderà Sorrentino al cinema invitandolo alla perseveranza e a non disunirsi. 

Con questo Amarcord partenopeo, servito da un cast al diapason, che si fa racconto di formazione con un’empatia inedita per il cinema di Sorrentino. Lirico e commovente, sbilanciato e generoso, il nono lungometraggio di Sorrentino- che torna a girare nella sua città a 20 anni da L’uomo in più, il suo folgorante esordio alla regia, è una sorta di punto e capo narrativo e stilistico che fa venir voglia di rivedere tutti i suoi vecchi film alla luce di questo. Perché se guardare è l’unica cosa che sa fare (lo dice Fabietto a Capuano in un dialogo) sa farlo benissimo.  

In sala dal 24 novembre e dal 15 dicembre su Netflix              


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