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lunedì 27 settembre 2021
di Claudio Fontanini
TITANE
Il provocatorio e disturbante film della Ducornau che ha trionfato a Cannes
L’arte della provocazione, si sa, va maneggiata con cura. Dopo aver visto Titane, inopinata Palma d’Oro all’ultimo Cannes (come abbia potuto Spike Lee, presidente di Giuria, rimanere folgorato dal film resta un mistero) il senso di repulsione e di liberazione- per lo spettatore- alla fine della visione si specchiano restituendoci alla vita
L’arte della provocazione, si sa, va maneggiata con cura. Ci sono capolavori che se ne sono giovati spiazzando pubblico e critica per generare nuovi orizzonti cinematografici (Arancia meccanica e Pulp Fiction i primi esempi che ci vengono in mente) mentre in altri casi- la maggioranza- l’esercizio di stupire ad ogni costo diventa banale e vuota meccanica stilistica. 

Dopo aver visto Titane, inopinata Palma d’Oro all’ultimo Cannes (come abbia potuto Spike Lee, presidente di Giuria, rimanere folgorato dal film resta un mistero) il senso di repulsione e di liberazione- per lo spettatore- alla fine della visione si specchiano restituendoci alla vita. 

Nemmeno originale (sulla fusione corpo umano-macchina si era esibito nel 1996, con ben altri esiti, il David Cronenberg di Crash dal romanzo di James Ballard) il film di Julia Ducornau gioca coi generi (siamo tra l’horror, il pulp e il dramma familiare) finendo per imbalsamare psicologie e sentimenti sull’altare dell’eccesso visivo. 

Storia di anime in pena e in trasformazione, Titane racconta il percorso di redenzione e accettazione dell’altro di due personaggi apparentemente agli antipodi che incroceranno per caso (o forse no) i propri destini. Lei, Alexia (la magnifica Agathe Rousselle) è una sexy ballerina che copula sulle e nelle auto in solitaria, uccide senza pietà e vive con una placca di titanio nella tempia dopo un incidente automobilistico avvenuto quand’era bambina. Lui,  Vincent (Vincent Lindon) è un vigile del fuoco ossessionato dalla morte del figlio avvenuta 10 anni prima e che rivede in quella strana creatura (che scambia per un ragazzo) quello che aveva perso. 

Tra identità nascoste e iniezioni di steroidi, pluriomicidi al tempo di Nessuno mi può giudicare della Caselli e salvataggi cardiaci a ritmo di Macarena (in una scena che sfiora il ridicolo per contesto e credibilità), violenza a go go (sgabelli conficcati in bocca, setti nasali spaccati sugli spigoli dei tavoli, forcine per capelli usate come armi per uccidere e per un auto aborto che emula quello di Lars Von Trier in Nymphomaniac) e vecchi vestiti nell’armadio (in una delle poche sequenze emozionanti e rivelatrici) Titane arriva al finale catartico e cristiano che rivendica il potere dell’accettazione di qualunque natura nel nome di un sacrificio salvifico. 

Peccato che a forza di cattivo gusto e reiterazioni (quella pancia che si gonfia e che trasuda olio e benzina) il film della regista francese si consegni anima e corpo ad una messinscena confusionaria, disturbante e carica oltre ogni limite, per giunta depotenziata da ogni principio di causa-effetto. Stomaci deboli alla larga.             

In sala dal 29 settembre distribuito da I Wonder Pictures 

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