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lunedì 20 settembre 2021
di Claudio Fontanini
Drive my car
Il magnifico film di Hamaguchi, miglior sceneggiatura a Cannes
Un viaggio nella solitudine, un saggio sul potere della parola e un balsamo per le cicatrici dell’anima. Meritatissimo premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes (ma vista la Palma d’oro al discutibile Titane avrebbe meritato miglior sorte) Drive my car del giapponese Ryûsuke Hamaguchi è un’opera d’arte che invita all’ascolto dei propri silenzi in 180’ di profonde meditazioni esistenziali e filosofiche che rimandano al concetto di tempo e alla dolorosa rimozione dei sensi di colpa. 

Si comincia coi racconti immaginari (o no?) di una coppia- lui attore e regista teatrale, lei sceneggiatrice televisiva- che dopo aver fatto sesso sprofonda in altri mondi popolati da figure misteriose ed emblematiche. Script che prenderanno vita nel mondo reale alla morte improvvisa della donna per emorragia cerebrale e costringeranno quell’uomo (Hidetoshi Nishijima) ad accettare l’invito a dirigere ad Hiroshima uno Zio Vanya multilingue. 

Comunicazioni verbali e non (come sottolinea lo struggente finale che mette in scena la lingua dei segni di una giovane attrice coreana) con vita e teatro che riflettono, come in uno specchio, sentimenti e segreti inconfessabili capaci di ridare la vita a chi pensava di non possederla più. 

Ed ecco una luccicante Saab 900 turbo rossa farsi custode di un lento avvicinamento psicologico tra quel regista che chiede di essere ospitato in un hotel a un’ora di distanza dal teatro per studiare le parti con le audiocassette che ascolta durante il tragitto e la sua giovane autista (Guidare è l’unica cosa che so fare) che nasconde un doloroso passato e le offrirà la chiave per riconsiderare se stesso. 

Chilometri e tradimenti (Noi condividiamo lo stesso dolore perché amavamo la stessa donna dice il regista all’interprete di Vanya che è stato uno degli amanti della moglie), fame di verità (Qualunque essa sia non sarà più terribile dell’incertezza, la cosa più spaventosa è non sapere) e legami invisibili, rimpianti e un testo che ha il potere di far accadere gli eventi (Cechov è terrificante, quando dici le sue battute tira fuori il vero te) in un film dilatato, intimo ed elegante

Perché, come ricorda Drive my car in una delle scene più emozionanti- quella nei resti innevati del villaggio d’infanzia dell’autista- bisogna guardare se stessi nel profondo per guardare davvero qualcuno. Tratto dall’omonimo racconto di Haruki Murakami e quinta regia di Hamaguchi (che quest’anno ha vinto anche l’Orso d’Argento alla Berlinale con Il gioco del destino e della fantasia), il film- diviso in tre blocchi narrativi coi titoli di testa che arrivano dopo un prologo di 40’- sfida l’insensata velocità del nostro tempo a colpi di meditazioni e rimandi ellittici che richiedono la partecipazione di uno spettatore attivo e ancora capace di farsi domande. Il premio è uno dei film più belli della stagione e un toccante ritorno alle origini. Per ognuno di noi.          

In sala dal 23 settembre distribuito da Tucker Film  


 
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