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giovedì 25 febbraio 2021
di Claudio Fontanini
La regola d’oro
Un eroe da prima serata nel film di Lunardelli con Pesce e Liberati
Dietro le quinte, di una guerra e della società dello spettacolo. Il Caporale Ettore Seppis (Simone Liberati) è appena tornato in Italia. Ha trascorso gli ultimi cinque mesi nelle mani dei fondamentalisti siriani e ora lo aspettano i flash, le interviste e le ospitate televisive da eroe.

Con l’avallo di un ministro (Andrea Pennacchi) disposto a chiudere un occhio su codici militari e frontiere passate clandestinamente nel nome dello share, quel giovane e spaesato reduce sarà letteralmente preso in ostaggio da una coppia televisiva (lui- Edoardo Pesce- autore, lei- Barbora Bobulova- conduttrice di un programma) pronta a trascinarlo sul palcoscenico del Teatro Antico di Taormina per sfruttarlo nel tritacarne mediatico. 

Tra discorsi di ringraziamento e flashback rivelatori (come sono andate veramente le cose in Siria?), paranoie e parenti serpenti (la madre del caporale- Francesca Antonelli- in sua assenza si è trasferita a casa del figlio per le dirette televisive), porte aperte sul nulla, riscatti pagati su internet e pistole puntate alla gola, La regola d’oro, il secondo lungometraggio di Alessandro Lunardelli dopo Il mondo fino in fondo (2013) non sfrutta al meglio l’ottimo potenziale di un film ad alto tasso emotivo. 

Colpa soprattutto di una sceneggiatura a sei mani (scritta dal regista con Giacomo Ciarrapico e Davide Lantieri) infarcita di situazioni improbabili e scene inutilmente ad effetto (la madre col coltello in mano che divide il figlio dall’autore televisivo al primo incontro) che distolgono l’attenzione dal nucleo centrale di una narrazione basata sullo straniamento. Personale e di un’epoca oseremmo dire (si veda la fine del vecchio tenore lirico- Luis Gnecco- riciclatosi come cantante di musica pop e brutalmente eliminato dalla giuria al televoto) con Lunardelli che dà il meglio nelle scene a due, quelle più intime (molto bello il sottofinale con la cantante straniera- l’ottima Hadas Yaron- che tenta di consolare l’animo del caporale prima della diretta televisiva) e coinvolgenti da un punto di vista psicologico. 

Un po’ quello che succedeva nell’opera prima col rapporto tra i due fratelli (Scicchitano e Marinelli) in un road movie di crescita e conoscenza reciproca. Qui l’avvicinamento e la scoperta di non essere poi troppo diversi l’uno dall’altro (belle prove di Pesce e Liberati in un ruolo non facile) avviene in una sorta di grande vuoto affettivo al quale darà la risposta più giusta Samuel Beckett, citato, nella sua autobiografia (Si diventa ciò che si è solo quando non c’è una via d’uscita). 


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