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lunedì 16 dicembre 2019
di Claudio Fontanini
RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME
Una lezione di cinema ed arte nel capolavoro di Céline Scianna. Miglior sceneggiatura a Cannes
Una lezione di cinema, un inno alla potenza dell’arte e dell’amore, un manifesto politico e controrivoluzionario indirizzato ai cultori del selfie e del tutto e subito. Anche se non ci sono uomini in scena, parlare di film femminista per Ritratto della giovane in fiamme sarebbe riduttivo oltreché fuorviante
Una lezione di cinema, un inno alla potenza dell’arte e dell’amore, un manifesto politico e controrivoluzionario indirizzato ai cultori del selfie e del tutto e subito. Anche se non ci sono uomini in scena (ad eccezione di un gruppo di barcaioli e di piccolissimo bambino nella sequenza più dura eppure poetica del film) scambiare- come qualcuno ha fatto- Ritratto della giovane in fiamme per un film femminista sarebbe riduttivo oltreché fuorviante. In realtà la quarta regia di Céline Sciamma (la prima in costume, con la regista che torna dietro la macchina da presa cinque anni dopo Diamante nero) è un capolavoro di corpi, sguardi e silenzi, un manuale amoroso che declina in sottrazione l’arte della seduzione e quella, ancora più rara, della complicità. 

Premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Cannes, candidato a 3 European Film Awards  e come miglior film straniero ai prossimi Golden Globe, il film racconta del lento avvicinamento- fisico e morale- di due donne costrette a trascorrere insieme una settimana. 
Siamo in un’isola della Bretagna nel 1770 e la pittrice di talento Marianne (la straordinaria Noémie Merlant) viene ingaggiata per fare il ritratto di Héloise (Adèle Haenel, una vera e propria incarnazione dell’idea del desiderio), una giovane donna che ha poco lasciato il convento delle Benedettine per sposare l’uomo a lei destinato dopo la scomparsa improvvisa della sorella forse suicida. 

Ad ordinare il dipinto è stata la madre della giovane (Per essere allegri bisogna essere in due dice l’austera Valeria Golino), una contessa che intende presentarla ad un gentiluomo milanese e che mette in guardia quella pittrice arrivata in barca sulla costa bretone dopo un viaggio in compagnia del mare mosso (impossibile non pensare al meraviglioso inizio di Lezioni di piano di Jane Campion). 

Per eseguire il lavoro richiesto dovrà fingersi dama di compagnia e dipingere in segreto- di notte, a lume di candela- perché quella giovane solitaria e riservata non intende mettersi in posa davanti a lei. Cosa rappresentiamo quando mettiamo su tela un ritratto? Contano più canoni estetici e regole accademiche o sentire una persona per rendere veritiera l’immagine? Che rapporto si crea tra chi guarda e chi è guardato? 

Tra lunghe passeggiate ed abiti che rivelano psicologie (ogni personaggio ne veste soltanto uno per una caratterizzazione cromatica di assoluta precisione), destini in eredità e semplici gesti che aprono scenari inimmaginabili (i capelli biondi di Héloise che si rivelano a Marianne che la segue di spalle e il potentissimo bagno in solitaria della giovane), fascino dell’esilio e voglia di libertà (la corsa verso la scogliera di Héloise), Ritratto della giovane in fiamme sfida tutte le convenzioni narrative del genere.

Nessun commento musicale con le Quattro stagioni di Vivaldi che arrivano nella indimenticabile sequenza finale a ricordarci che le note, come l’amore, sono qualcosa di raro, prezioso e potente mentre le lunghe sequenze bastano a se stesse in una coreografia di piccoli spostamenti di anime e di desideri segreti da toccare (bellissime quelle mani che si sfiorano a rendere possibile l’impossibile). 

Un film sull’innamoramento e sul ricordo di ciò che è stato (le conseguenze dell’amore verrebbe da dire citando il film di Sorrentino), sul presente e sulla rievocazione di una storia d’amore che diventa emancipazione culturale e stato sociale. 

Punteggiato da una magistrale regia in sottrazione della Scianna che mette in scena anche il potere della scelta e la scoperta del rimpianto grazie alla sensazionale intesa artistica di due attrici in stato di grazia (non perdete l’edizione originale). E col mito di Orfeo ed Euridice a tramandare il superamento del confine dell’amore tra vita e morte. 

Con sequenze che sono veri e propri quadri pittorici e un tema come l’aborto (la giovanissima domestica della contessa è incinta) a ricordarci la condizione della donna nel ‘700. Solidarietà femminile certo ma anche, e soprattutto, un invito alla fatica e al piacere della scoperta e ad andare oltre la superficie delle apparenze. 
Guardati con i miei occhi e ti dirò chi sei insomma per questo capolavoro affascinante ed ipnotico destinato a uomini e donne. 

In sala dal 19 dicembre distribuito da Lucky Red


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