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venerdì 13 dicembre 2019
di Claudio Fontanini
PINOCCHIO
Più tecnica che anima nel nuovo Pinocchio di Garrone. Un grande Benigni nei panni di Geppetto
Un occhio al capolavoro di Luigi Comencini e un altro alle creature antropomorfe stile Racconto dei racconti. Ci sta prendendo gusto con le favole Matteo Garrone e dopo l’adattamento cinematografico della raccolta di fiabe seicentesche di Giambattista Basile ecco il regista di Dogman alle prese col racconto ottocentesco per ragazzi firmato da Collodi
Un occhio al capolavoro di Luigi Comencini e un altro alle creature antropomorfe stile Racconto dei racconti. Ci sta prendendo gusto con le favole Matteo Garrone e dopo l’adattamento cinematografico della raccolta di fiabe seicentesche di Giambattista Basile ecco il regista di Dogman alle prese col racconto ottocentesco per ragazzi firmato da Collodi

Incantato e poetico nella prima parte (di gran lunga la migliore) e soffocato emotivamente da personaggi sin troppo stilizzati che faticano ad empatizzare con lo spettatore per tutto il resto, il Pinocchio del terzo millennio è un sogno che si realizza per il regista romano. 

Affascinato sin da bambino dalle tavole illustrate di Enrico Mazzanti e ispirato visivamente dalla pittura dei Macchiaioli, Garrone eleva ancora una volta il paesaggio a protagonista delle sue opere ma qui, per la prima volta, non con i consueti toni minacciosi e neri ma piuttosto con quelli della leggerezza e dello stupore. 

Col Geppetto di Roberto Benigni- mai così bravo da La vita è bella- che non sfigura di fronte a quello indimenticabile di Nino Manfredi (L’unico attore che poteva parlare con un pezzo di legno diceva di lui nel 1972 Comencini che non aveva ancora visto la grande interpretazione dell’attore toscano) e un burattino capace di farsi bambino in un finale assai diverso dai precedenti e che rimanda al miracolo del Natale. 

Ci si tuffa immediatamente, occhi e sentimenti, nel film di Garrone grazie allo straordinario Benigni invecchiato, sofferente e misuratissimo alle prese con la dignità di una povertà assoluta nel bellissimo borgo antico toscano del quale si sembrano sentire odori e sapori. Basta così la prima scena (con Geppetto che entra affamato all’osteria e in cambio di un pasto inizia a vedere i difetti di tavoli e sedie che si offre di riparare) a riscaldare il cuore degli spettatori di ogni età che di lì a poco vedranno nascere sotto i loro occhi quel burattino parlante col cuore che pulsa. 

Peccato che quelle stesse emozioni le ritroveremo soltanto nel finale, dove padre e figlio potranno riabbracciarsi e scoprirsi diversi. In mezzo, tra i prodigi tecnologici e la magnificenza di scenografie, costumi e trucco, ecco susseguirsi i compagni di viaggio di Pinocchio (Federico Ielapi, 9 anni e per lui 4 ore di trucco al giorno sul set) che però, quasi mai, risultano affascinanti. 

Come se ritrovassimo quelle figure familiari improvvisamente cambiate e nascoste sotto un look che ne soffoca la personalità. Scegliendo l’allegoria Garrone spegne il calore iniziale dell’opera per trasportare lo spettatore verso un’esperienza più visiva che ammaliante

Ed ecco un giudice scimmiesco (dietro il quale c’è Teco Celio) che condanna gli innocenti e assolve i colpevoli, un Gatto e una Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, coautore della sceneggiatura con Garrone) che parlano con l’eco, Mangiafuoco (Gigi Proietti) col suo gruppo di marionette (bellissimo l’addio di Pinocchio e l’abbraccio ai suoi simili), una doppia Fata in versione bambina e donna (da grande è Marine Vacht) con l’assistente donna Lumaca (Maria Pia Timo), un direttore di circo autorevole (l’ottimo Massimiliano Gallo), un Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio) troppo simile al protagonista, un tonno consapevole della sua fine (tra le creazioni meno riuscite del film) e un Grillo parlante sbiadito. 

Mancano insomma, rispetto all’insuperabile sceneggiato, quel movimento e quel ritmo al quale contribuivano le psicologie e i caratteri di personaggi pennellati col giusto colore e calore da Comencini. E così il Pinocchio di Garrone, che vorrebbe sovrapporre reale e soprannaturale e lascia pochi sorrisi allo spettatore (il momento più divertente è la lezione in classe del maestro severo Enzo Vetrano) sembra limitarsi a passare in rassegna una serie di invenzioni tecniche (lode agli effetti visivi di One of Us e Chromatica) più che ad entrare nell’anima dei personaggi. 

Come il Tim Burton del remake di Dumbo anche Garrone inciampa sul mito e non mantiene tutte le promesse iniziali. Restano una grande regia, l’aderenza filologica  e l’apprezzabile tentativo di un vero e proprio film per famiglie declinato al verbo immaginare. Passo a passo, la bella canzone sui titoli di coda, è cantata da Petra Magoni.  

In sala dal 19 dicembre distribuito da 01                    


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