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martedì 19 novembre 2019
di Claudio Fontanini
Aspromonte- La terra degli ultimi
Un impossibile riscatto collettivo nel film di Calopresti ambientato negli anni ’50
Un paesino arroccato nella valle dell’Aspromonte calabrese, una maestra in fuga dalla vita, una strada da costruire come atto rivoluzionario e il Sud come luogo geografico e dell’anima. 
Tratto dall’opera letteraria Via dall’Aspromonte di Pietro Criaco (Rubettino Editore) il nuovo film di Mimmo Calopresti è un’opera sull’impossibile riscatto collettivo di una comunità sospesa tra tradizioni e impeti di civiltà. 

Siamo nel 1951 e ad Africo una donna muore di parto per l’impossibilità dell’arrivo del medico. Manca la strada e tra mulattiere e tratturi per raggiungere la Marina, dove risiedono le istituzioni, occorrono sei ore di cammino. Dopo aver protestato davanti al prefetto (Francesco Siciliano) e guidato dal manovale Peppe (Francesco Colella) tutto il paese si ribella e inizia la costruzione della nuova strada. 

Non sarà impresa facile perché c’è di mezzo il bandito locale (Sergio Rubini col fucile sul cavallo bianco) che intende costringere quei volenterosi operai alla resa e ai suoi voleri. E intanto per i sentieri del paese si aggira un candido poeta (Marcello Fonte), l’unico che sa leggere e scrivere e che troverà conforto spirituale in una maestra (Valeria Bruni Tedeschi) arrivata sin lì da Como per scelta. 

Tra intimidazioni e incanti naturali (magnifiche le scenografie di Giuliano Pannuti e Pasquale Tricoci), caramelle che passano di bocca in bocca e baci rubati, parole che sanno di riscatto e case da costruire (Tutti cercano un posto dove vivere, io ne cerco uno per morire nella bellezza dice il Poeta) Aspromonte mette in scena la terra degli ultimi e la lingua della miseria in un film che tenta di mescolare cronaca e favola, neorealismo ed epica finendo per disperdere un bel potenziale narrativo. 

Così al bell’inizio- pieno di facce e sguardi che rivelano la sofferenza e la condizione umana di una popolazione fuori dal tempo- si succedono l’arrivo di una Bruni Tedeschi che sembra provenire direttamente da La bella vita e la rivolta organizzata e sin troppo didascalica (Basta col disfattismo dirà ad un certo punto Marco Leonardi nei panni di un pastore). 
Con un finale che spinge forte sul versante della nostalgia (nei panni di quel bambino che ritorna a 70 anni di distanza al suo paese c’è Fulvio Lucisano, il decano dei produttori italiani) e una sensazione di bella cornice alla quale è mancato il quadro. 

Ci volevano più lirismo e magari qualche confessione a cuore aperto (del passato della Bruni Tedeschi non se ne sa nulla) per emozionare davvero e invece Calopresti (autore di soggetto e sceneggiatura con Monica Zapelli e la collaborazione di Lucisano) sembra preoccuparsi di assemblare più che sfumare finendo per far rimpiangere le poche scene tra Fonte e la Bruni Tedeschi. Due attori e due personaggi che fanno dello straniamento temporale e caratteriale il loro credo e attraverso i quali doveva essere visto il film. Musiche di Nicola Piovani

In sala dal 21 novembre distribuito da IIF


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