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martedì 19 novembre 2019
di Claudio Fontanini
Cetto c’è, senzadubbiamente
Delude la terza avventura cinematografica della maschera di Albanese
Uno scettro si aggira per l’Europa. E’ quello destinato a Cetto la Qualunque, novello monarca del Regno delle due Calabrie nel film di Giulio Manfredonia che riporta in Italia la maschera grottesca ideata da Antonio Albanese. E sì perché all’inizio di Cetto c’è, senzadubbiamente, scopriamo che vive in Germania da sette anni e nel frattempo- mentre gestisce una catena di pizzerie con la mafia a marchio di qualità- ha messo su una nuova famiglia con una bella moglie tedesca (Caterina Shulha), due suoceri neonazisti che ascoltano Wagner a tutto volume a pranzo e neonato piagnucoloso. 

A riportarlo a Marina di Sopra- dove Melo, il primo figlio, nel frattempo è diventato sindaco modernista- la notizia dell’aggravarsi delle condizioni di salute dell’amata zia che lo ha cresciuto e che in punto di morte (o forse no…) gli confida di essere figlio illegittimo di un principe. 

Inizia da qui la scalata al potere assoluto di questo laido e improbabile politico che usa il denaro e la corruzione come unico fine. Tra ex mogli diventate suore (Lorenza Indovina) e lezioni di galateo (a guidarlo nel mondo della nobiltà c’è l’aristocratico e flemmatico Gianfelice Imparato), cerimoniali e cacce alla volpe, discorsi alla nazione e nuovi matrimoni di facciata (con l’Infanta di Portogallo…) il ritorno di Cetto segna la fine della democrazia (Ormai non funziona più) e il punto di non ritorno della responsabilità individuale (Gli italiani? Sono un gregge di pecore che segue il cane. E io abbaio benissimo…). 

Un sovrano illuminato a giorno che tiene alla larga valori e sensibilità (Mi offende!), non teme il papato (Se mi fa la guerra metto l’Ici sull’acqua santa) e trasforma i politici da deputati a vassalli. 
Peccato che la terza fatica cinematografica di Cetto (dopo Qualunquemente del 2010 e Tutto tutto, niente niente del 2012) stavolta riveli il fiato corto e risulti assai meno divertente delle precedenti. 

Colpa di una sceneggiatura (scritta a quattro mani da Albanese con Piero Guerrera) che si limita ad assemblare una serie di gag piuttosto scontate che ad alimentare la narrazione e, soprattutto, di uno stuolo di comprimari (la corte di Cetto) che appaiono sfocati e non strappano mai il sorriso. 
A riempire lo schermo non basta così la maschera di Cetto, che qui sfiora la caricatura di se stesso, in un gioco social-politico così prevedibile e scoperto che lascia lo spettatore in balia della noia più che delle sorprese. 

Peccato perché Albanese ce la mette come al solito tutta ma stavolta l’irresistibile ascesa del suo personaggio segna una evidente battuta di arresto. E al deludente risultato complessivo non aiuta più nemmeno il nostro Belpaese. Della serie la realtà ha abbondantemente superato l’immaginazione. 

In sala dal 21 novembre distribuito da Vision        


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