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lunedì 4 novembre 2019
di Claudio Fontanini
Parasite
Una commedia umana con risvolti horror. Palma d’oro a Cannes
Una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi. Così il regista coreano Bong Joo Ho definisce il suo Parasite, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes ed originale atto d’accusa contro la società capitalista contemporanea. 

E’ sempre più difficile oggi restare sorpresi e spiazzati di fronte ad opere cinematografiche ma questa commedia umana con risvolti horror ci riesce a meraviglia e raccontare troppo sarebbe un delitto, come supplica il regista nelle note di regia invitando i giornalisti a non spoilerare. 

Vi basti sapere che si confrontano due famiglie agli antipodi. Una (padre, madre, figlio, figlia) vive in uno squallido seminterrato tra lavoretti malpagati e voglia di riscatto; l’altra (composta come la prima) è invece ricchissima (il signor Park è il proprietario di una multinazionale informatica) e in cerca di un tutor privato per la figlia più grande. 

Inizia da qui una vera e propria sarabanda di avvenimenti che attraverso tragicomiche disavventure scatena una vera e propria guerra sociale dove in palio c’è la sopravvivenza. 
Tra sedute di arteterapia e ricerche di un segnale wi-fi (l’esilarante sequenza iniziale), mutandine dimenticate sul sedile di un auto e cellulari impugnati come pistole, frammenti di rocce portafortuna e battiti accelerati, frutti proibiti, canzoni italiane (Gianni Morandi canta In ginocchio da te) e limiti da non oltrepassare, Parasite è un magnifico film di spazi e di geometrie

Con l’architettura degli interni che riflette come in uno specchio gli stati d’animo e gli odori dei corpi che rivelano potenzialità e condizioni sociali. Va in scena una vera e propria lotta per la sopravvivenza (proprio come avveniva in Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-eda) con l’ironia, la tristezza e l’orrore capaci di mescolarsi a meraviglia in un film che apre porte (occhio al sottoscala della villa) verso mondi sconosciuti. 

Un ritratto al vetriolo della società contemporanea coreana eppure pieno di pietas con facce e sguardi indimenticabili di famiglie al collasso. Con i cosiddetti invisibili che reclamano la loro parte in un gioco di ruoli che finisce per disegnare le linee di confine e di separazione sociale da non oltrepassare. 

Quella che rimane è un’esperienza visiva originalissima e dinamica in un film avvolgente e problematico che regala sequenze ipnotiche e magistrali (la scena di sesso sul divano della villa con l’altra famiglia nascosta sotto il tavolo e il figlioletto in giardino nella tenda da indiano) che condensano sentimenti e perversioni attraverso movimenti di macchina di una precisione assoluta. 

Forse qualche taglio al montaggio avrebbe giovato alla fluidità dell’insieme (131’ sembrano troppi)  ma Parasite è una vera e propria lezione di stile che rimarrà a lungo nei nostri occhi e nella nostra mente. Da non perdere.

In sala dal 7 novembre distribuito da Academy Two


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http://www.academytwo.it

 
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