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lunedì 4 novembre 2019
di Claudio Fontanini
LA BELLE EPOQUE
Daniel Auteil alla riconquista del passato nel magnifico film di Bedos
Tutto finto, tutto vero. La magia del cinema e il potere della nostalgia in una irresistibile commedia sentimentale francese che sembra la versione alla rovescia di Truman show

Victor (Daniel Auteil) è un depresso cronico che odia il progresso e la tecnologia. Illustratore di fumetti disoccupato è stato appena sbattuto fuori di casa dalla moglie (una luminosa Fanny Ardant), una psicologa che preferisce ascoltare la voce in macchina del Gps piuttosto che la sua. A venirgli in soccorso è il figlio, che vorrebbe lavorare con lui ad un progetto digitale e intanto gli offre la possibilità di prendere parte ad un originale gioco di ruolo diretto da un vecchio amico. 

Grazie all’uso di scenografie cinematografiche, comparse e trucchi di scena è possibile rivivere il giorno più bello della propria vita e lo scettico disegnatore annoiato sceglie quello in cui incontrò la futura moglie in un caffè di Lione. Era il 16 maggio del 1974 e quell’epoca rivive letteralmente sotto gli occhi dello stupefatto protagonista- allora 25enne- in una strana miscela di finzione e realtà che diventerà nuova vita. 

Ed ecco che grazie alle indicazioni date al regista dell’operazione (che ammira Victor per una vecchia tavola illustrata di Martin Eden che lo ha aiutato a crescere) quel caffè si anima di personaggi e situazioni che quell’uomo rivive al presente. Con gli attori che recitano a memoria le battute del copione regolato su misura e che magari qualche volte non sono soltanto quello che sembrano. 

Così quella splendida creatura che fa il suo ingresso nel locale come una palla da bowling tra i birilli diventerà a poco a poco una nuova donna da conquistare piuttosto che una da ricordare. Peccato che la nuova versione della bella Marianne (l’ottima Doria Tillier) sia la donna del regista (Guillaume Canet) che intanto le sussurra all’auricolare inutilmente le battute da recitare…

Tra clisteri al caffè e battute al vetriolo (lo scoppiettante cena annoiata di intellettuali parigini), tappeti di erba e appropriazioni indebite di passato altrui, scenate di gelosia e commoventi abbracci padre-figlio, fughe romantiche tra i set (con Victor che finisce per dare uno schiaffo ad un finto Hitler) e un letto che gira su se stesso confondendo volti e desideri nella sequenza più bella del film, La belle epoque- presentato con successo alla Festa di Roma dopo il passaggio fuori concorso a Cannes- è un rifugio sicuro nella commedia sofisticata che soltanto i francesi sanno proporre con tanta classe e apparente leggerezza. 

Come una bollicina di champagne il film di Nicolas Bedos incanta l’occhio e riscalda il cuore in un vertiginoso girotondo amoroso di grande intensità. Si ride, ci si commuove e si riflette in 115’ che diventano anche un percorso psicanalitico sullo stato della coppia e sulle conseguenze dell’amore. Con le proiezioni mentali che lasciano il campo ad una nuova prospettiva (Le piccole cose diventano grandi dopo 40 anni vissuti insieme dice Marianne al marito) nella quale ci si può ancora sorprendere a vicenda. 

Una sorta di riavvolgimento del nastro che ci invita ad essere demiurghi del nostro tempo e ad assaporare l’attimo. Impagabili Auteil e la Ardant ai quali fanno da sponda uno stuolo di grandi caratteristi capeggiati da Pierre Arditi.    

In sala dal 7 novembre distribuito da I Wonder Pictures


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