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martedì 15 ottobre 2019
di Claudio Fontanini
IL MIO PROFILO MIGLIORE
Un magnifica Juliette Binoche allo specchio tra reale e virtuale
L’amore al tempo dei social network. Cinquantenne, separata e con due figli, la professoressa di lettere Claire (Juliette Binoche) prova a rifarsi una vita digitando sulla tastiera una falsa identità.
Una foto di una bellissima 24enne, un profilo attraente e tra chiacchiere notturne e messaggi sempre più espliciti ecco rinascere la passione
L’amore al tempo dei social network. Cinquantenne, separata e con due figli, la professoressa di lettere Claire (Juliette Binoche) prova a rifarsi una vita digitando sulla tastiera una falsa identità. Una foto di una bellissima 24enne, un profilo attraente e tra chiacchiere notturne e messaggi sempre più espliciti ecco rinascere la passione. 

Lui (Françoise Civil) è un giovane amico del suo ultimo partner che l’ha lasciata all’improvviso e per la quale Clara (così si chiama la donna virtuale) aveva inizialmente aperto il nuovo account per spiarlo. Ma i social sono il naufragio e la zattera di salvataggio per persone come me, dice la protagonista alla sua psicanalista (Nicole Garcia), ed ecco che quel gioco a distanza di sicurezza diventa ben presto una sorta di rivincita esistenziale dalle conseguenze imprevedibili.

Presentato all’ultima Berlinale, Il mio profilo migliore di Safy Nebbou- tratto dal romanzo di Camille Laurens (uscito in Italia col titolo Quella che vi pare)- mette in scena dipendenze e manipolazioni, ambiguità e sensi di colpa in un film elegante e freddo che punta sul risveglio della coscienza della sua intensa protagonista. 
Una donna ferita e nel pieno di tumulti emotivi che punta forte sul potere dell’immaginazione per vincere la sua battaglia coi sentimenti. 

Tra paesaggi interiori e stati d’animo che diventano bellissime immagini (la passeggiata in bicicletta in bilico sul precipizio), mondi virtuali e sentimenti veri che si sovrappongono (con la seconda parte del film un po’ macchinosa e radicale) Il mio profilo migliore tratteggia con stile e misura tutto l’arcobaleno della sensibilità femminile di questa cinquantenne alla riscoperta di se stessa.

Dalle paure consapevoli (Non ho paura di morire ma di essere abbandonata…) a quelle rimosse, dalla passione mai sopita (Cos’è l’amore senza desiderio?) all’urgenza di una visibilità che significa esistenza. Perché non c’è peggior rivale di chi non esiste e così il film di Nebbou si trasforma a poco a poco in una sorta di donna che visse due volte nel quale indizi e colpi di scena tracciano la linea di una nuova prospettiva dalla quale guardare il mondo e se stessi. 

Non fingevo di avere 24 anni, li avevo dice Claire alla psicanalista confessando l’inizio della sua avventura in chat. Un corteggiamento che al posto di sguardi e carezze sostituisce la precisione della punteggiatura e le parole scelte con cura (la magia sarebbe svanita in un amen) e che finisce per rivelare la vera essenza della natura di un rapporto a due. 

Col film di Nebbou che tenta di esorcizzare l’inesorabile passaggio del tempo tra citazioni poetiche (Rilke) e letterarie (Troppo in fretta nella mia vita fu troppo tardi scrisse Marguerite Duras). 
Sostenuto e quasi interamente sulle spalle di una ispiratissima Juliette Binoche sempre a suo agio nei film sospesi tra finzione e realtà (Sils Maria di Assayas, Copia conforme di Kiarostami, Storie di Haneke), Il mio profilo migliore ammalia ma non conquista fino in fondo per colpa di un formalismo che finisce per soffocare un po’ l’insieme. 

Ci volevano più rabbia e dolore esibito per conquistare fino in fondo il cuore dello spettatore e invece qui sembra tutto sin troppo studiato e programmato. Ma la grande prova d’attrice della Binoche- peraltro forse troppo bella per la parte (ad imbruttirla ed addolorarla non bastano certo un paio di occhiali neri e qualche occhiaia di scena)- vale da sola il prezzo del biglietto.  

In sala dal 17 ottobre distribuito da I Wonder pictures 


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