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lunedì 23 settembre 2019
di Claudio Fontanini
AD ASTRA
Brad Pitt in viaggio tra le stelle alla ricerca del padre e di se stesso
Attraverso le asperità verso le stelle. Privato della prima parte del famoso detto latino, Ad astra, presentato all’ultima Mostra di Venezia in concorso e come film d’apertura, è una sorta di summa fantascientifica del cinema nello spazio. Scritto e diretto da James Gray e prodotto e interpretato da un Brad Pitt assorto e meditativo in versione Cuore di tenebra
Attraverso le asperità verso le stelle. Privato della prima parte del famoso detto latino, Ad astra, presentato all’ultima Mostra di Venezia in concorso e come film d’apertura, è una sorta di summa fantascientifica del cinema nello spazio. 

Scritto e diretto da James Gray (Civiltà perduta, C’era una volta a New York) e prodotto e interpretato da un Brad Pitt assorto e meditativo in versione Cuore di tenebra, il nuovo film del regista statunitense racconta il viaggio interstellare di un astronauta in doppia missione: scoprire i segreti che minacciano l’esistenza umana (sulla terra sono i atto esplosioni radioattive causate da raggi cosmici emanati nei pressi di Nettuno) e ritrovare il padre (Tommy Lee Jones), un leggendario astronauta scomparso da 16 anni nello spazio mentre cercava nuove forme di vita intelligente. 

Dalla terra alla Luna e poi in rotta verso Marte, Ad Astra accompagna lo spettatore in un percorso di autocoscienza personale e collettiva che indica il nostro posto nell’universo e regola i conti col passato. Tra voglia di conquista (Siamo divoratori di mondi…) ed Sos spaziali,  macro e microcosmo e test psicologici, orbite umane e stellari e una Luna in formato far west (c’è anche un attacco di predoni che sembra quello alle vecchie carovane), scimmioni famelici che spuntano dal nulla e monologhi interiori, Ad astra cerca di assemblare pezzi di cinema che fluttuano nella nostra memoria. 

Un pizzico di  Apocalypse now, un po’ di 2001 Odissea nello spazio e Solaris, un accenno di Gravity e la struttura di Interstellar per 124’ di ripasso cinefilo. Ambizioso e glaciale, metafisico, imperfetto e seducente sul piano visivo (lode alla fotografia di Hoyte Van Hoytema) il film di Gray- che si cimenta per la prima volta col genere- sembra alla fine un Malick minore imbevuto di silenzi cosmici e vecchi ricordi infantili. 

Così il lento avvicinamento dell’astronave alla destinazione finale diventa quello di un figlio verso un padre creduto morto e forse ritenuto capace di saper vedere ciò che non c’era e non quello che c’era davanti ai propri occhi. 
Più esistenzialista che avventuroso, Ad astra finisce così per annoiare più che per interessare in una ripetizione di temi e schemi già visti in passato con bel altri esiti. 

Ispirato dalle letture sul fisico premio Nobel, Enrico Fermi, ‘l’architetto dell’era nucleare’, James Gray compie un viaggio di trasformazione umana che regala al protagonista nuova consapevolezza e la propria rinascita umana sulla terra. Film sui vuoti affettivi che non riusciamo a riempire, Ad astra racconta la solitudine degli esseri umani in un futuro ipotetico che sembra già il nostro sciagurato presente. Perché la mancanza di comunicazione mascherata da progresso già impera e annienta. Houston abbiamo un problema

In sala dal 26 settembre distribuito da 20th Century Fox

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